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Feticismo: depravazione o grande virtù?

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Portano tacchi a spillo, abiti di pelle, sguainano fruste, si cingono la vita con terribili aderentissimi corsetti a lacci mentre orecchie, naso, bocca e ombelico, sono ornati da fronzoli in metallo. Chi sono queste stravaganti creature? Feticisti, pervertiti o soltanto persone alla ricerca di nuove mode e sensazioni?


Per il feticista qualsiasi cosa può trasformarsi in esperienza erotica: bastano un'inventiva sessuale sfrenata e un'attrazione irrefrenabile per un oggetto, una parte del corpo o un rituale, per trasformare perfino il cappellino della regina Elisabetta nel più eccitante degli strumenti di piacere.
Ma cominciamo dal principio: il termine feticismo, deriva dal latino "factitius" che significa "artificiale", ma fu per la prima volta usato nella accezione corrente, dai mercanti di schiavi portoghesi nel diciottesimo secolo, i quali arrivati in Africa, si trovarono a contatto con le religioni animiste il cui culto era rappresentato da alcuni feticci che essi adoravano.


Per feticismo si intende dunque lo spostamento della meta di adorazione (intesa come adorazione e attrazione sessuale) dalla persona nella sua totalità, ad un oggetto posto sul corpo (o indossato), oppure ad una parte del corpo stesso.


Probabilmente le cause di tale venerazione, che ognuno di noi può riscontrare in modi più o meno marcati nella vita di tutti i giorni, è da ricondursi ad una ancestrale condizione di incapacità nell'afferrare l'interezza di una persona.
Da neonati, infatti, percepiamo la mamma non come un individuo definito, ma come un capezzolo che ci allatta; come una mano che ci accarezza; come una bocca che ci bacia. Riusciamo solo in seguito a completare il quadro e ricondurlo ad una persona identificata come "mamma".


A blande dosi siamo tutti un po' feticisti, quando ci innamoriamo o ci sentiamo attratti da una persona, spesso avvertiamo il bisogno di conservare lettere d'amore annusandole e sfiorandole delicatamente, di tenere come reliquia un gioiello a lui/lei appartenuto, una ciocca di capelli o un indumento intimo.


Le pratiche feticiste sono talmente tante che è difficile generalizzare, però, una caratteristica in comune a quasi tutti i feticisti rimane il collezionismo compulsivo, per il quale W. Stekel ha coniato il termine «culto dell'harem», in quanto il feticcio, aumentando il suo valore, viene visto come una persona vivente, da scegliere e riscegliere ogni volta.
Chi predilige le scarpe con il tacco, ad esempio, un giorno ne preferirà un paio, il giorno dopo un altro. Proprio come un sultano con il suo harem.


Il feticista, dedicandosi al suo harem, perde interesse per le persone reali, si sente al sicuro solo tra le sue creature, dove vigono le sue leggi, in una inevitabile fuga dal partner perché, sempre secondo Stekel, il feticismo racchiude in sé la sessuofobia verso il coito, la paura di confrontarsi, la visione del sesso come qualcosa di sporco, puzzolente, una specie di malattia, una cosa antigienica e antiestetica.
Il feticista, quindi, sembrerebbe più un inconsapevole sostenitore della castità, un'asceta del sesso, - «il feticista s'inchioda alla croce della sua nevrosi, alla quale sta appeso con orgoglio narcisistico» - (Stekel, "Storungen des Ttiebs-und Affektlebens").


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Tags: Articoli, Sesso

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