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Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
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ARGOMENTO: Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
#1189
Jack Tormenta
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jack_tormenta@hotmail.it Località: Umbria Compleanno: 05/11
Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes 2 Anni, 2 Mesi fa Karma: 3
"Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes la ritengo un’opera unica e un riferimento imprescindibile per chi vuole comprendere meglio i comportamenti amorosi. Discorso che si rivela impossibile perché è un discorso di estrema solitudine, soprattutto ai nostri giorni l'innamorato mostra un estrema pudicizia nell'esporre i propri sentimenti, vissuti come una forma di pazzia di cui vergognarsene, "disprezzato, ignorato, deriso" ma che bisogna avere il coraggio di sostenere.

Non è un romanzo d'amore, ma più un trattato romanzato. E’ un libro composto di figure, come le chiama Barthes. Non in senso retorico, "ma in senso ginnico o coreografico". L’innamorato, dice Barthes,
si dimena in uno sport un po’ pazzo, si prodiga, proprio come l’atleta, fraseggia come l’oratore; è cristallizzato, siderato in un ruolo, come una statua. La figura è l’innamorato al lavoro.


ABBANDONO - A seconda di tale o talaltra circostanza, il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento - sentimento che egli esprime con la parola angoscia

ANGOSCIA – A seconda di tale o talaltra circostanza, il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento – sentimento che egli esprime con la parola angoscia…

Lo psicotico vive nel timore del crollo. Ma “la paura clinica del crollo è la paura d'un crollo che è già stato subito… e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo la cui paura mina la sua vita è già avvenuto”. Lo stesso avviene, a quanto sembra, per l'angoscia d'amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall'inizio dell'amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: “Non essere più angosciato, tu l'hai già perduto(a)”.

ANNULLAMENTO - Accesso di linguaggio durante il quale il soggetto giunge ad annullare l'oggetto amato sotto il volume dell'amore stesso: con una perversione propriamente amorosa, il soggetto ama l'amore, non l'oggetto.

ASSENZA – Ogni episodio che mette in scena l'assenza dell'oggetto amato – quali che siano la causa e la durata – e tende a trasformare questa assenza in prova d'abbandono…

Orbene l'unica assenza è quella dell'altro; è l'altro che parte, sono io che resto. L'altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto della stazione… Esprimere l'assenza… è come dire: “Sono meno amato di quanto io ami”.

ATTESA - tumulto d'angoscia suscitato dall'attesa dell'essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, ritorni)…

“Sono innamorato? – Si, poiché sto aspettando”. L'altro, invece non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco, io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell'innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

(Nel transfert, si aspetta sempre – dal medico, dal professore, dall'analista. Ancora più evidentemente se sto aspettando allo sportello d'una banca, o alla partenza d'un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l'impiegato, con l'hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi – come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d'infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell'umanità”)….

Un cavaliere era innamorato di una nobildonna. Lei gli disse: "Sarò vostra solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia, nel mio giardino, sotto la mia finestra." Ma alla novantanovesima notte, il cavaliere si alzò, prese la sua sedia sotto il braccio e se n'andò.

CATASTROFE – Crisi violenta durante il quale il soggetto, sentendo la situazione amorosa come un vicolo cieco, una trappola da cui non potrà mai più uscire, si vede destinato a una totale distruzione di sé…

Vi sono due tipi di disperazione: la disperazione pacata, la rassegnazione attiva (“Io vi amo come bisogna amare: nella disperazione”), e la disperazione violenta: un bel giorno, in seguito a un incidente qualsiasi, mi chiudo nella mia stanza e scoppio in lacrime: sono in balia di una forza che mi soverchia, asfissiato dal dolore; il mio corpo s'irrigidisce e si contrae: come in un lampo, freddo e tagliente, io vedo la distruzione a cui sono condannato. Tutto ciò non ha niente di paragonabile alla prostrazione insidiosa, ma in fondo civile, degli amori difficili; non c'è alcun rapporto con l'annichilimento in cui si viene a trovare il soggetto abbandonato: qui, sono come folgorato, ma lucido. La sensazione che provo è quella di una vera e propria catastrofe: “Ecco, sono veramente fottuto!”…

La catastrofe amorosa s'avvicina forse a ciò che, nel campo psicotico, è stata definita situazione estrema, la quale è “una situazione che il soggetto vive conscio del fatto che esso finirà col distruggerlo irrimediabilmente”; l'immagine è ricavata da ciò che avvenne a Dachau… le due situazioni hanno in comune questo: esse sono, alla lettera, due situazioni paniche: entrambe sono senza seguito, senza ritorno: io mi sono talmente trasfuso nell'altro che, quando esso mi viene a mancare, non riesco più a riprendermi, a ricuperarmi: sono perduto per sempre.

COLPE - In un qualsiasi episodio trascurabile della vita d'ogni giorno, il soggetto crede di aver mancato nei confronti dell'essere amato e prova per questo un sentimento di colpevolezza.

COMPASSIONE - Il soggetto prova un sentimento di compassione nei riguardi dell'oggetto amato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice o minacciato da qualcosa che è estraneo alla relazione amorosa in sé.

FASTIDIO - Sentimento di moderata gelosia che coglie il soggetto amoroso quando vede che l'interesse dell'essere amato è catturato e distolto da persone, oggetti o azioni che ai suoi occhi agiscono come altrettanti rivali secondari.

FESTA - Il soggetto amoroso vive ogni incontro con l'essere amato come una festa.

IDENTIFICAZIONE - Il soggetto s'identifica dolorosamente con qualsiasi persona (o qualsiasi personaggio) che nella struttura amorosa occupi la sua stessa posizione.

MOSTRUOSO - Il soggetto si rende improvvisamente conto di stare soffocando l'oggetto amato chiudendolo in una rete di soprusi: di colpo, da individuo sventurato che desta compassione, egli si sente diventare un essere mostruoso.

PERCHE' - Mentre da un alto si domanda ossessivamente perché non è amato, dall'altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l'oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

PIANGERE - Piangendo, voglio impressionare qualcuno, fare pressione su di lui (“Guarda che cosa hai fatto di me”). Questo qualcuno potrebbe essere – ed è quasi sempre – l'altro, che si vuole in questo modo costringere ad assumere apertamente la sua commiserazione o la sua insensibilità; ma potrei anche essere io stesso: mi faccio piangere per provare a me stesso che non è un'illusione: le lacrime sono dei segni, non delle espressioni. Attraverso le mie lacrime io racconto una storia, do vita a un mito del dolore e da quel momento mi uniformo ad esso: posso vivre con il dolore perché, piangendo, mi do un interlocutore enfatico che riceve il messaggio più “vero”: quello del mio corpo e non già quello della mia lingua. “Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più”.

RISVEGLIO - Modi diversi in cui il soggetto amoroso si ritrova, al suo risveglio, nuovamente assalito dall'assillo della sua passione.

ROVESCIAMENTO: - "Non riesco a capirti" vuol dire: "Non saprò mai che cosa pensi veramente di me". Non posso decifrare te perché non so come tu decifri me.

SEGNI - Sia che voglia dar prova del suo amore, sia che si sforzi di decifrare se l'altro lo ama, il soggetto amoroso non ha a sua disposizion nessun sistema di segni sicuri.

Il soggetto amoroso si domanda non già se egli deve dichiarare all'essere amato il suo amore (non è una figura della confessione), ma in che misura deve nascondergli i "turbamenti" (le turbolenze) della sua passione: i suoi desideri, le sue angustie, in poche parole, i suoi eccessi (nel linguaggio raciniano: il suo furore).

L'amore acceca: questo proverbio è falso. L'amore spalanca gli occhi, rende chiaroveggenti: "Di te, su te, io posseggo tutto il sapere". Dice il sottoposto al padrone: tu hai ogni potere su di me, ma io so tutto di te.

SUICIDIO - Nella sfera amorosa, il desiderio di suicidio è frequente: basta un niente per destarlo. …Idea di suicidio; idea di separazione; idea di ritiro solitario; idea di viaggio; idea di oblazione, ecc.; posso immaginare varie soluzioni alla crisi amorosa e difatti non faccio che pensare a questo. Eppure, per quanto alienato sia, io non ho difficoltà a cogliere, attraverso queste idee ricorrenti, una figura unica, vuota, che è poi quella della via di scampo; ciò con cui, con compiacenza, io vivo, è il fantasma d'un altro ruolo: il ruolo di qualcuno che "se la cava".
 
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Re:Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes 2 Anni, 2 Mesi fa Karma: 7
l' ho letto ......affascinante come libro...si la definizione giusta a parere mio è afascinante...non è un racconto che devi leggere con ordine......Barthes era in quegli anni , direttore di alcuni seminari sulla ricerca semiologica, ricerca che si occupava del discorso o discorsività, cioè dei tentativi di classificare differenti modi di enunciazione. In questo ambito Barthes ha iniziato ad analizzare nello specifico il discorso tenuto dal soggetto amoroso, servendosi di un'opera in particolare : il Werther di Goethe. Questi studi si sono sviluppati fino a definire il discorso anche da un punto di vista culturale e sociale: svilito, isolato dal pensiero dominante, il cui soggetto, l'innamorato è una figura che non ha posto nella società, poichè vive una de-realtà: non l'irrealtà dell'Immaginario che va a sostituirsi al reale, ma il luogo della totale perdita di senso della realtà, dove non c'è nulla che vada a sostituirlo; non una nevrosi, ma una vera e propria forma di pazzia. Il discorso amoroso così diventa il luogo di una vera e propria rivendicazione, dare voce a una forma di emarginazione...io l ho dovuo leggerlo due volte per capirlo e tu?

 
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Jack Tormenta
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Re:Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes 1 Anno, 10 Mesi fa Karma: 3
beatrix ha scritto:

...io l ho dovuo leggerlo due volte per capirlo e tu?

Io l'ho letto tre volte, ma ancora non l'ho capito. Non parlo dei concetti, chiarissimi, espressi da Barthes, ma dei rapporti amorosi.
Forse l'amore, è una forma di pazzia, la si può vivere, non comprendere. La puoi raccontare, come ha fatto Barthes, ma certo non spiegare.
 
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