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La lotta con le zanzare è impari, ne schiacci una e ne spunta fuori un'altra, la stessa di prima, reincarnata, nessuna della sua famiglia è in lutto, e poi non ha famiglia, lei, ma solo il tuo sangue da succhiare. Battaglia dopo battaglia. Splat, presa, fanculo, il ducotone del muro mostra la stìmmata: poltiglia di mosquito, e sangue mio. Sieronegativo, sono stato lontano da pere e ricchioni. Ce n'era uno che scriveva sceneggiature di "Casa Ortensia", una schifezza TV, e che mi telefonava a tutte le ore ché voleva darmelo nel culo.
Le mani strette sulle ginocchia: non volevo apparire come un ansimante pelato trentacinquenne. Già pelato era un dettaglio che pesava. Bestemmiai di cuore colui che aveva architettato questo strano sistema d'arredo: c'era la scala, in finta pietra intessuta con fibre ottiche, completamente vuota, chiusa sui lati come un corridoio di teatro, dipinta di un colore testa di moro, come le mie scarpe.



