Le avventure di Marco Donati dalla Roma minimalista di Campo de' Fiori all'India vorticosa dell'orrendo Subotnik. Tra Alice di Lewis Carrol e i film di arti marziali, un gioiello di felicità narrativa, già culto della sua generazione. Quando Branchie uscì, nel 1994, da un piccolo editore, le poche copie pubblicate passarono subito di mano in mano come un testo clandestino. Protagonista è Marco Donati, un ragazzo che studia il comportamento dei pesci, malato terminale, con madre ossessiva e fidanzatina. Dall'abulico trascinarsi da una festa all'altra nella Roma dei quartieri alti, Marco precipita in una avventura senza limiti, come un cavaliere senza paura, in un'India che sembra il capolavoro di un falsario pazzo.
(…) Poggiò le sue mani enormi sui miei seni turgidi e li strinse brutalmente, facendomi male. Era un animale selvatico. Mi morse i capezzoli facendomi strillare di dolore. Sapevo che avrebbe potuto farmi male ma questo, invece di intimorirmi, mi spingeva ad andare avanti.
Mi fece fumare ancora. Cominciai a spogliarlo, levandogli la giacca e la camicia. Sul torace aveva muscoli asciutti e rapidi. Stavo per sfilargli i pantaloni quando si allontanò di scatto, lasciandomi insoddisfatta, in attesa come una cagna in calore. Era nascosto dalle tenebre e solo il contorno del volto spigoloso era illuminato debolmente dalla luce fioca.
Un rumore strano e continuo che all'inizio non avevo percepito colpì la mia attenzione. Come quello di un rasoio elettrico. Da dove veniva? Non ci pensai tanto e seppi dire solo: - Vieni! Vieni! Ti prego! Ho bisogno di te. Dimmi che sono una troia, una zoccola.
Allora si avvicinò e il suo corpo fu inondato dalla luce tremula delle candele. Tra le gambe aveva un pitone d'acciaio. Un enorme fallo di nichel-cadmio e alluminio anodizzato. Una protesi smisurata, che vibrava ronzando. Le maglie metalliche lo snodavano all'insù producendo un'erezione mostruosa. La testa di quell'oggetto di piacere luccicava e intravidi la mia faccia allucinata riflessa sulla liscia superficie del glande meccanico.
Mi sembrava impossibile. Avevo paura. Ero pietrificata. Wall avanzò verso di me con quel coso vibrante tra le gambe.
- Non avere paura, vieni qui, - mi disse. - Proverai piaceri nuovi, rilassati.
Avrei voluto scappare, ma ero prostrata di fronte a quel cazzo fatto di tecnologia siderurgica, come una vergine sacrificale di fronte a un totem d'acciaio. I suoi occhi di fuoco mi stregavano e mi piegavano ai suoi desideri. L'oppio mi rendeva debole e non riuscivo a muovermi. Lui si osservò il cannone e poi se lo prese tra le mani.
- Non fa male. Vieni qua, - disse con la sua voce bassa.
- Ho paura. Non voglio, - risposi.
- Fai fare a me, - continuo.
Era gigantesco. Non si poteva proprio. Eppure, sotto la paura, avvertivo una strana voglia masochistica e perversa di sentire vibrare dentro quell'oggetto tecnologico. Ero sconvolta di me stessa. Tremavo ed ero attratta nello stesso tempo.
Si avvicinò e mi afferrò. Io ero un animalino selvatico, un coniglio chiuso tra le mani di un cacciatore cattivo, ero pronta a morire.
Mi obbligò a fumare ancora.
- Ora ti farò godere, - continuava a ripetere.
Mi sdraiò sul materasso e mi accarezzò. Ero di ghiaccio. Il cuore incominciava a rallentare. Mi dava picco-li baci sul collo, sopra le orecchie.
- Calmati. Calmati. Vedrai... - ripeteva.
Poi cominciò a masturbarmi. Mi allargò le gambe.
Opponevo sempre meno resistenza. Mi avrebbe fatto morire, ne ero certa, forse di dolore forse di piacere. Chiusi gli occhi mentre lui mi divaricava le gambe. Il pene meccanico ora vibrava più rumoroso.
Lo poggiò lì, ma non mi prese subito. Sentivo la testa di acciaio fremermi tra le gambe. Wall mi teneva stretta per i fianchi, sotto quel coso enorme. Ansimavo e non volevo ammettere che stavo aspettando il terribile momento.
E finalmente quel momento arrivò, mi prese.
All'inizio piano e poi con decisione e tecnica me lo cacciò dentro. Era impossibile. Ora lo avevo tutto dentro. Urlavo. Mi mise una mano sulla bocca. Gliela morsi a sangue. Il dolore si fondeva con il piacere, non riuscivo a capire dove cominciava l'uno e finiva l'altro. Il supporto tecnologico mi martellava a colpi d'ariete, lo sentivo vibrare dentro di me, morivo e rinascevo mille volte.Sei una gran porca. Dillo! Dillo! - mi urlava nell'orecchio e io dicevo: - Sì, è vero. E' vero. Sono una gran porca! - Mi strinsi a Wall chiudendo l'appendice tra le gambe. Ci morii sopra, godendo, infilzata da quel chiodo meccanico. Anche Wall sentì qualcosa perché mi strinse più forte e incominciò a tremare sotto un'onda di piacere elettrico che dalla protesi saliva su per la schiena fino a incendiargli l'encefalo. Poi rimanemmo stremati sul materasso. Ero sudata e soddisfatta. Che scopata! Mi addormentai. (…)
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