Charles Bukowski ha cinquant'anni quando scrive questi racconti, (attorno al '70), le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore, lui che soffre di emorragie e di insonnia; lui che ama il vecchio Hemingway; lui che passa le giornate cercando di racimolare qualche vincita alle corse dei cavalli; lui che ci sta per salutare adesso perché ha visto la gonna sollevarsi sulle gambe di una donna, lì su quella panchina del parco. Lui Charles Bukowski: un genio, un barbone, un pazzo innamorato, beffardo, tenero, candido, cinico, i cui racconti scaturiscono da esperienze dure, pagate tutte in prima persona, senza alibi e senza falsi pudori.
(...) "Mi piace esser violentata. M'ero accorta che mi seguivi. Ci speravo. Quando salii in ascensore senza di te, pensai che ti fosse mancato il coraggio. Sono stata violentata solo un'altra volta, prima di oggi. E' difficile, per una bella donna, trovare un uomo. Tutti la credono inaccessibile. E' uno strazio."
"Ma il modo come ti muovi, come vesti... Ti rendi conto che, per la strada, metti gli uomini alla tortura?"
"Sì. La prossima volta, usa la cinghia."
"La cinghia?"
"Sì, prendimi a cinghiate sulle cosce, sul culo. Fammi male, poi ficcamelo dentro. Dimmi che mi violenti."
"Bene. Adesso ti meno. Adesso ti violento."
La presi per i capelli, la baciai selvaggiamente, le morsi le labbra.
"Fottimi," ella disse, "fottimi!"
"Aspetta. Prima devo riposarmi."
Mi apri la pattuella, mi tirò fuori il pene.
"E' bello, bellissimo. Così tozzo, rosso porporino!"
Lo prese in bocca. Cominciò a succhiare. Era bravissima.
"Mamma mia," dissi, "mamma mia."
Ero condito. Ci lavorò su sei-setti minuti, poi partirono gli schizzi. Strinse i denti appena sotto la cappella, mi succhiò pure il midollo.
"Senti," le dissi. "mi sa tanto che mi fermo qui per la notte. Avrò bisogno di tutte le forze. Che ne diresti, mentre faccio il bagno, di prepararmi qualcosa da mangiare?"
"D'accordo," essa disse.
Andai al bagno e chiusi la porta, feci correre acqua calda. Appesi i vestiti all'attaccapanni.
Feci un bel bagno caldo. Uscii di là avvolto in un asciugamano.
In quella, stavano arrivando due poliziotti.
"Questo vigliacco mi ha violentata," essa gli disse.
"Un momento," dissi io.
"Va' a vestirti, amico," disse lo sbirro più grosso.
"Di', Vera, è uno scherzo, non è vero?"
"No, mi hai violentata! M'hai usato violenza! E poi mi hai costretta a un rapporto orale, anche!"
"Vestiti, amico," disse lo sbirro grosso, "non te lo far dire un'altra volta."
Andai al bagno a rivestirmi. Quando uscii, mi ammanettarono.
Vera mi gridò: "Stupratore!"
Scendemmo in ascensore. Attraversammo l'atrio sotto gli occhi di diversi curiosi. Vera era rimasta in casa. Gli agenti mi sospinsero in malomodo a bordo dell'auto.
"Ma che t'è preso, amico?" fece uno. "Rovinarti per un pezzo di patacca! Roba da matti, sa'!"
"Non è stata violenza carnale vera e propria," dissi.
"Poche volte lo è.,"
"Eh si," dissi. "Mi sa che dici bene."
Stilarono un verbale. Mi misero in guardina.
Hanno solo la parola d'una donna, pensai. Bel cavolo d'uguaglianza.
Poi mi chiesi: ma le hai usato violenza o no? Non lo sapevo.
Alla fine m'addormentai. L'indomani mattina mi serviron6 pompelmo, polenta, caffè e pane. Pompelmo? Un locale di prim'ordine. Sì sì.
Dopo una quindicina di minuti, la porta si apri.
"Sei fortunato, Bukowski, la signora ha ritirato la denuncia."
"Molto bene."
"Ma bada di rigar dritto."
"Come no."
Mi riconsegnarono le mie cose, uscii di là. Presi un autobus, poi un altro, arrivai in quel quartiere, tornai davanti a quella casa, "Hudson Arms." Non sapevo cosa fare. Restai in forse una ventina di minuti. Era sabato. Probabilmente lei era in casa. Andai all'ascensore, vi entrai, schiacciai il bottone del terzo piano. Uscii. Bussai alla porta. Sì, era in casa. Entrai.
"Ho un altro dollaro per il suo ragazzo," dissi. Essa lo prese.
"Oh grazie. Grazie tante."
Incollò le labbra alle mie. La sua bocca era come una ventosa di caucciù. Tirò fuori quella lingua grassa. La succhiai. Poi le sollevai la gonna. Aveva un gran bel culo. Bello grosso. Mutande azzurre, larghe, con uno sbrego da una parte. Eravamo davanti a una specchiera. L'abbrancai per quel gran culo, le feci lingua in bocca. Le nostre lingue guizzavano come bisce impazzite. L'affare mi si era fatto duro.Il figlio idiota stava in piedi al centro della stanza e ci sorrideva.
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Commenti
Forse qualche calcio nelle palle del caro zio Buck farebbe bene anche oggi.
I calci nelle palle, tra l’altro, li da anche col suo modo di scrivere, molto on the road, di getto (col doppio senso).. e poco patinato.
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