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Sotto la pelle Michel FaberCome un felino in agguato, Isserley va in giro sulle strade deserte delle Highlands scozzesi a caccia di autostoppisti maschi. E’ sola, e bella, e piena di strane ferite nel corpo.E’ decisamente pericolosa.
Dopo l’enorme successo di «Il petalo cremisi e il bianco», Michel Faber piomba ai giorni nostri con un altro potente romanzo, un altro potente personaggio femminile.
Impossibile aggiungere qualcosa sulla trama senza rovinare al lettore la più sconvolgente delle sorprese. D'altra parte, che cosa nasconde sotto la pelle la bella, ma inquieta Isserley lo scoprirà presto da solo. Più sorprendente ancora sarà però, una volta accettato il colpo di scena, scoprire che assai di rado un romanzo l’avrà coinvolto così in profondità in un processo di svelamento radicale di ciò che e autenticamente, pietosamente, ferocemente umano.
Da «Sotto la pelle» non ti puoi staccare, incredulo, fino alla fine. E’ una storia su come cambiamo, su come restiamo gli stessi, su ciò che fa la differenza.
L'amore sembra bandito da questo libro, e tuttavia ne è il centro.

(…) Mettiti in ginocchio, - disse. Mentre Isserley obbediva in fretta, lui fece scivolare la mano libera sino alla fessura centrale della tuta, la aprì lentamente per rivelare una maglietta sorprendentemente bianca all'interno dello sporco involucro giallo. La tuta slacciata fino al cavallo, si spalancò. Tirò fuori i genitali, il bulbo peloso dello scroto e tutto il resto. Fece un passo in avanti, il suo pene ondeggiò di fronte al viso di Isserley. Le teneva il coltello alla nuca facendole sentire la lama attraverso i capelli.
- Non voglio i denti, capito? - disse.
II pene era teso, più grosso e pallido di quello di un umano, con una violacea punta asimmetrica. In cima c'era una fessura simile all'occhio semichiuso di un gatto morto.
- Capito, - disse lei.
Dopo un minuto che teneva in bocca quella carne che sapeva di urina, sentì la lama del coltello sollevarsi leggermente dal collo, sostituita da dure dita tozze.
- Basta così, - gemette, stringendole una ciocca di capelli. Allontanandosi, fece scivolare il pene fuori dalla bocca, poi le afferrò improvvisamente un gomito e lo tirò su. Isserley non ebbe il tempo di tendere i muscoli nella caratteristica forma dei vodsel, e il suo braccio si piegò liberamente in diverse giunture, un zig-zag di angoli inequivocabilmente umani. L'autostoppista non sembrò accorgersene. Questo, più di qualunque altra cosa fino a quel momento, riempì Isserley di un terrore nauseante.
Una volta in piedi, l'autostoppista la spinse lungo la superficie dell'auto fino a che non fu contro il cofano.
- Girati, - disse.
Obbedì, e lui le afferrò i pantaloni verdi di velluto e con un colpo glieli tirò giù fino alle ginocchia.
- Gesù, - ringhiò alle sue spalle. - Hai avuto un incidente?
- Si, - sussurrò. - Mi dispiace.
Per un precipitoso istante pensò che si fosse scoraggiato, ma poi sentì il palmo della mano sulla schiena che la premeva ancora di più sul cofano.
Disperatamente cerco la parola giusta, quella che l'avrebbe fatto smettere. Era una parola che conosceva, ma l'aveva solo letta; in effetti, quella stessa mattina, un vodsel l’aveva scritta. Non l'aveva mai sentita pronunciare.- Poeta, - implorò. (…)

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