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Pulp una storia del XX secolo Charles BukowskiDepresso, appesantito da una pancia ingombrante, il conto perennemente in rosso, i creditori sempre alle porte, tre matrimoni alla spalle, Nick Belane è un detective, «il più dritto detective di Los Angeles». Bukowski gioca con un classico stereotipo e vi aggiunge la sua filosofia di alcolizzato, il suo esistenzialismo da osteria e un pizzico di cupa, autentica disperazione. I bar, le considerazioni sul destino, il cinismo, l'ormai scolorito demone del sesso, il fallimento professionale ed esistenziale, insieme alle mere invenzioni narrative, diventano il «Pulp» (pasticcio) del titolo.
C'è sempre una vena di tristezza nelle pagine della storia, ma ci si ritrova anche a fare grasse risate leggendo di alieni, improbabili baristi e eccentrici abitanti di una Hollywood senza tempo ma con qualche dimensione di troppo.
Lontano dalle atmosfere fosche delle ordinarie follie, Pulp è un piccolo capolavoro d'ironia, il testamento spirituale di un grande scrittore che non ha mai esitato a immergersi nel decadimento della società contemporanea.

Stavo in ufficio, il contratto d’affitto era scaduto e McKelvey voleva ricorrere al tribunale per sfrattarmi. Era una giornata infernale e il condizionatore d’aria era rotto. Sul piano della scrivania stava camminando lentamente una mosca. Allungai un braccio, abbattei il palmo aperto della mano e la spedii all’altro mondo. Mentre mi pulivo la mano sulla gamba destra dei pantaloni squillò il telefono. (…)

(…)
«Ciao, tesoro, sono Kitty!»
«Ciao, Kitty, mi chiamo Nick.»
«Oooh, hai una voce molto sexy! Sono già un po’ eccitata!»
«Non è vero, non ho una voce sexy.»
«Oh, sei molto modesto!»
«No, Kitty, non sono modesto...»
«Sai, mi sento molto vicina a te! Mi sento come se ti fossi rannicchiata in grembo, come e ti guardassi negli occhi. Io li ho grandi e azzurri. Ti stai piegando su di me, come se mi volessi baciare!»
«Stronzate, Kitty, son qui da solo a bere scotch e ad ascoltare la pioggia.»
«Senti, Nick, devi usare un po’ l'immaginazione. Lasciati andare, e sarai sorpreso di quello che potremo fare insieme. Non ti piace la mia voce? Non la trovi un po’... sexy?»
«Si, un po’ ma non troppo. Sembra che tu sia raffreddata. Sei raffreddata?»
«Nick, Nick ragazzo mio, sono troppo calda per essere raffreddata!»
«Be', dalla voce sembra che tu sia raffreddata. Forse hai fumato troppe sigarette.»
«Io fumo solo una cosa Nick!»
«Che cosa, Kitty?»
«Non riesci ad indovinare?»
«No...»
«Guardati in basso, Nick.»
«Va bene.»
«Che cosa vedi?»
«Il bicchiere. il telefono...»
«Che cos'altro, Nick?»
«Le scarpe...»
«Nick, che cos'è quella cosa enorme che sporge laggiù mentre mi parli?»
«Oh, quella! E' la pancia!»
«Continua a parlarmi, Nick. Continua ad ascoltare la mia voce, a pensare che ti stia seduta in grembo, con il vestito un po’ sollevato, le ginocchia e le cosce in mostra. I miei capelli sono lunghi, biondi. Mi scendono sulle spalle. Pensa a questo, Nick, pensaci...»
«Va bene...»
«Allora adesso cosa vedi?»
«Le stesse cose: telefono, scarpe, bicchiere, pancia...»
«Sei cattivo, Nick! Quasi quasi vengo lì a sculacciarti! O forse lascerò che tu sculacci me!»
«Cosa?»
«Tottò tottò, Nick!»
«Kitty...»
«Si?»
«Mi scusi un momento? Devo andare in bagno.»
«Oh, Nick so che cosa vai a fare! Ma non c'è bisogno che tu vada in bagno, puoi benissimo farlo sopra il telefono mentre parli con me!»
«No, Kitty, non posso. Devo pisciare.»
«Nick,» esclamò lei, «puoi considerare chiusa la nostra conversazione!»
Riappese. Andai in bagno e orinai. Mentre pisciavo sentivo ancora cadere la pioggia. Beh, era stata una conversazione orribile, ma almeno avevo distorto la mente dal pensiero del Passero Rosso e da altre questioni. Tirai l'acqua, mi lavai le mani, mi guardai allo specchio, mi feci l'occhiolino e ritornai allo scotch. (…)

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