Racconti Pulp
Ubriaco di sonno. Le palle gonfie di voglia. Accelera, stringendo le cosce. Si gonfia contro la cucitura dei jeans. Lui accompagna la sua donna al portone, con la fretta dell’eccitazione. Lei lo trattiene. Lui lo sa. Sente che la sua donna vibra a labbra umide.
Ho realizzato il mio sogno e da allora la mia vita è diventata un incubo.
Tutto è iniziato in una serata noiosa, in una chat per adulti altrettanto noiosa.
Prima che continuiate con la lettura, voglio avvisarvi che quello che sto per raccontare potrebbe cambiare la vostra vita, e non in meglio.
Mi preparai con la massima cura , alla ricerca spasmodica di un vestito bianco che ritrovai nell’armadio di mia madre. Strappai via i nastri che ne appesantivano la sagoma, tagliai via l’ultimo lembo che copriva le ginocchia, piegai con garbo le maniche sin quasi ai gomiti, di fronte ad uno specchio infilai me stessa in un immagine diversa che raccontava nei suoi riflessi un desiderio alimentato e nutrito come un avido figlio che ai primi morsi della fame urla nello stomaco il suo bisogno d’abbandono.
Una camicia bianca sporca tra le braccia, lo sguardo fisso su un muro che puzzava, ora appesantito da schizzi di sangue fresco, di un rosso viscerale, di una densità che a paragone, era simile ai colori ad olio di mio padre, così preziosamente conservati nella loro scatola di legno. Le porte allora si chiudevano in fretta, le urla si strozzavano tra cuscini e lenzuola di cotone, i miei occhi in grosse mani dai pugni stretti, colpire, colpire, senza controllo un corpo che mai sarebbe riuscito ad opporsi, né pregando o imprecando.
Mi accade così, all’improvviso, di scoprire che la mia casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare, ma opprimente come un abbraccio decrepito.
Poi il buio tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna.
- Non ho fatto niente io.
Quelle parole di Milena naufragano ad intermittenza sulla mia esasperazione.
Pugno batte carta, la morra del nostro amore.
Lei mi tiene sigillato qui dentro casa, con il silenzio e la pelle.
I
Nuvole basse, sporche, cariche, a volo radente, premono sullo sterno come sonno agitato. Non so svegliarmi, annaspando dentro di me in cerca d’aria. La luce nuvolosa ferisce la vista, mi stanca. Tengo gli occhi serrati e le tapparelle abbassate ma non riesco a svegliarmi. La memoria esala l’immagine del cubo grigiastro dove vivo con un uomo che non conosco e cammino su mattonelle a scacchiera: untuosa distesa di bianco e nero. Annuso la paura rancida dell’uomo nel suo sudore, a volte si avvicina a me.
Le mani strette sulle ginocchia: non volevo apparire come un ansimante pelato trentacinquenne. Già pelato era un dettaglio che pesava. Bestemmiai di cuore colui che aveva architettato questo strano sistema d'arredo: c'era la scala, in finta pietra intessuta con fibre ottiche, completamente vuota, chiusa sui lati come un corridoio di teatro, dipinta di un colore testa di moro, come le mie scarpe.
L'omino era alto quanto un calorifero, grassoccio, aveva pochi capelli neri intorno alla nuca, vestito come un pinguino e portava un paio di occhiali con due lenti spesse come fondi di bottiglia, ci mancava solo la data di scadenza della bibita.
Vincent Benedict era un uomo di cinquant'anni che nella vita non aveva mai combinato un cazzo, la sua vita era casa - ufficio - casa. Lavorava presso il gruppo BNL della sua citta, Phoenix.
Benedict stava tornando dall'ufficio alle due di notte la sera del venti gennaio.
uno
Entrai di soppiatto nel tinello. Quindi giù per le camere. Il bagno, la sala d'ingresso. Non c'era nessuno. Evviva. Tornai nel tinello. Liberai fostalmarket dalla morsa in cui l'avevo costretto. Per fortuna il sudore della mia ascella non lo aveva scalfito, era bello, con la sua copertina nuova nuova, ed il suo titolo colorato di fucsia. La mamma lo aveva comprato da poco. Dieci giorni appena. Mi sedetti sulla poltrona di papà, quella tappezzata di gobelin fiorato. Andai correndo verso il centro. Mi sistemai meglio. Superai prima i vestiti da donna. Mi slacciai la cintura e i vestiti per uomo erano già un ricordo. I bottoni dei miei Indian erano duri a sbottonarsi. Non ci fu scampo. Eccole. Finalmente, le pagine adorate. Centinaia di slip, uno appresso all'altro.
Partì velocemente, alla prima scossa, scese giù, attraverso il collo, attorcigliandosi su se stessa, adagiandosi e crescendo, fino a metà del bicchiere. Fece il bis in quello a fianco. Poi venne l'altra, con le sue bollicine ribelli. Stessa mossa. Quindi il barman prese il sottobicchiere, lo poggiò sul vetro e, stringendo con le dita sui bordi, lo tirò su, veloce, per poi reinvertire la rotta. Tum; tum. Il tempo di dirlo e le due tequila stavano già risalendo le pareti dello stomaco.
La lotta con le zanzare è impari, ne schiacci una e ne spunta fuori un'altra, la stessa di prima, reincarnata, nessuna della sua famiglia è in lutto, e poi non ha famiglia, lei, ma solo il tuo sangue da succhiare. Battaglia dopo battaglia. Splat, presa, fanculo, il ducotone del muro mostra la stìmmata: poltiglia di mosquito, e sangue mio. Sieronegativo, sono stato lontano da pere e ricchioni. Ce n'era uno che scriveva sceneggiature di "Casa Ortensia", una schifezza TV, e che mi telefonava a tutte le ore ché voleva darmelo nel culo.
Arrivo vicino alla porta d'ingresso. Un pullman la blocca. Mi fermo: occhi fissi sulle decine e decine di alici imprigionate nel manifesto degli Almanegretta. Un sguardo straniero mi sveglia: una biondina con la panda blu, che mi taglia l'orizzonte sul fianco, fissandomi. Non sono bello ma piaccio. Mi passo la mano fra i capelli in un attimo di istintiva vanità. Un corpo estraneo attira il mio sguardo allo specchio. Cazzo. Ho ancora una fibbia allacciata in testa. Fotogrammi in lenta sequenza mi riportano ai movimenti di un quarto d'ora fa. Mi sono alzato, ok, mi sono precipitato in bagno, ok, ho messo la testa sotto la fontana, ok, ho bevuto un quarto di latte semifreddo con crusca, ok. Entro nelle strade interne della cittadella universitaria spinto da una sinfonia di clacson.
Mi stavo girando nel letto e scalciavo le lenzuola per far posto ai miei piedi in quel groviglio irritante. Non so cosa stessi sognando. Ma ero in quella fase del sonno in cui si riescono ad imporre finali personalizzati ai propri sogni: bastava pensarli nel torpore del dormiveglia. E si evitava di iniziare la mattinata con qualche fantasma del passato o qualche caduta nel vuoto.
Stava piovendo a dirotto a Down Town, erano le undici di sera al manicomio criminale della città e in una stanza illuminata solo da tre candele grosse, dato il rischio che saltasse la corrente, c'era un uomo con pochi capelli, piuttosto anziano e con un grande paio di occhiali di osso che stava seduto alla sua scrivania intento a scrivere qualcosa.
La vedi Magda, vero? E' lì, di fronte a te, che respira a fatica chiusa in un vestito a fiorellini blu. Uno di quegli abitini che sembrano troppo stretti. E' lì, la vedi, la puoi vedere, seduta come un escatore, con le ginocchia ad angolo retto sul bordo del monitor. C'ha i capelli rossi Magda. Rossi di un rosso strano, che diventa più scuro quando le onde delle sue ciocche si sommano e si sveglia chiaro, fin quasi biondo, quando la luce tenue che ti scorre attorno ne prende uno solo di quei capelli e lo fa diventare di paglia. Di paglia profumata e luminosa. E tu la guardi Magda, con i suoi capelli di rosso che cambia, ed il suo profumo delizioso.
Gli insetti, colti di sorpresa nel loro volo notturno, si appiccicavano al parabrezza trattenuti dai loro stessi liquidi, mentre le luci si mescolavano attorno come una maionese impazzita. Tutto correva veloce fuori dall'abitacolo della Clio di prima generazione. Solo il motore sembrava ribellarsi. Alle volte, forse colto da improvvisi attacchi di inappetenza del carburatore, singhiozzava vistosamente, scuotendo la piccola vettura. La musica, una meravigliosa ballata del Gargano reinterpretata dagli Xanti Yaca, copriva tutto, triturando e mescolando l'atmosfera iperurbanizzata della statale con i vecchi e sensuali canti dei contadini.
Una stretta di mano e ci sedemmo. Come al solito, il bar dell'Hotel Palace sembrava un grande mercato o, peggio, la sala d'attesa di una stazione. Di tanto in tanto, però, il brusio uniforme di voci veniva rotto dalla risata chioccia di una signora grassoccia come un barilotto, che sedeva a gambe divaricate alla nostra sinistra. Alla prima risatona, il signor Garay la fulminò con un'occhiataccia di sguincio, ma quella, per tutta risposta, esplose in una nuova eruzione di riso.
Leggo questo cazzo di racconto pulp su un sito riesumato dalla memoria del mio scassato pc. Era da un po' che non lo mettevo in moto questo macinino. Si accende sgranocchiando. Nel vano cd c'è un disco anziano. E' Camera a Sud di Capossela. "Start" ed inizia a suonare. La musica sa di miele mentre si mescola con l'aria putrida della stanza.
Pedalare era una gran figata. Quelle 187 mila lire erano state proprio ben spese. Si sentiva una farfallina potente. Leggero, veloce e forte. Ma ora era ora: Max doveva tornare. La macchinetta timbra tesserini, altrimenti, sarebbe stata inclemente. Peccato: era una goduria spalmarsi sulla faccia l'aria fresca del mattino, specie dopo una notte passata impegnandosi in variegati contorsionismi ed annaspando in cerca di coriandoli di fresco.



