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Come un filo di miele stretto in un pugnoMi preparai con la massima cura , alla ricerca spasmodica di un vestito bianco che ritrovai nell’armadio di mia madre. Strappai via i nastri che ne appesantivano la sagoma, tagliai via l’ultimo lembo che copriva le ginocchia, piegai con garbo le maniche sin quasi ai gomiti, di fronte ad uno specchio infilai me stessa in un immagine diversa che raccontava  nei suoi riflessi un desiderio alimentato e nutrito come un avido figlio che ai primi morsi della fame urla nello stomaco il suo bisogno d’abbandono.

Ancora pochi minuti..

Sul cornicione di una finestra a guardare i bimbi giocare con l’acqua, i piedi scalzi, le loro risate echeggiare nel vuoto, l’acqua schizzare ovunque, frammentarsi nella polvere sollevata dai  pesi  dei loro piccoli corpi. Per loro nessun timido nascondiglio, i fianchi senza la speranza di uno sguardo che li blocchi, i cuori puri  mescolati all’inganno di una miseria che conserva il suo più antico sorriso e non ha paura di farne parte, ma percepisce abiti e costumi,li indossa e li intona, ma sempre la vedrai  ritornare  alla sua nudità.

Che bella vita! Anche con gli occhi aperti si riesce a sfiorare il semplice gusto del proprio correre in disparte, toccandosi, percorrendo campi,seguendo  i propri passi in un sorriso costante.

Per questo non mi sono mai piaciuti i grandi, le loro mani frugarmi tra i capelli, cogliendo i sintomi del mio corpo che cresceva in un tempo mai stato mio.

Legati i capelli, mettiti le scarpe, non scendere le scale saltandole a gruppi, questo non lo dire, chiudi le gambe quando ti siedi, non spiare gli uomini dietro le finestre.

Ed io invece li guardavo, alitavo sui vetri scrivendo il mio nome sui loro corpi felici aldilà delle trasparenze oltre qualsiasi superficie. Gli uomini seminavano, le donne raccoglievano,ed il sole e la pioggia con il tempo li mangiava.

Guardavo la porta sempre chiusa,e  spesso bussavo da sola il mio limite da oltrepassare.

Amavo allora come adesso con il cuore di una bambina, senza conoscere vergogna della mia nudità, ne il peccato di un abbraccio stretto dove naturalmente se ne percepisce il contorno ed il trasporto. Desideravo conoscere l’uomo, senza interesse per i sogni, né proiezioni di un domani.

Amato presente, guardare il vento passare e gioire nella peluria che si ergeva vitale, sentivo, io ero viva!

E poi un uomo,cosa mai ne avrebbe fatto di me?

Dopotutto dovevo solo stringere i pugni per rimanere in equilibrio, mettere i capelli dietro le orecchie e guardare con chiarezza la strada aperta e la sua immagine aspettarmi ansiosa.

La porta fu aperta.  Molti fuori dalle loro case mangiavano e parlavano con la bocca piena, io respiravo nell’aria ogni senso d’unione, un pensiero come un serpente lungo 148 passi.

Lui fu con me, era un idiota,si stringeva i genitali per aver fiducia,ed io ancora mangiavo un gelato quando il corpo mi venne spezzato, finalmente me ne liberavo mentre lui lo mordeva dolorosamente, la testa piegata all’indietro guardava  solo il mare, sembrava dirmi,guarda me e non farà male, smetti di pensare al cielo che muore, pensa al sole, come un albero pensa al sole e le nuvole da lontano chiuderanno il cerchio.

Osservai me stessa e mi accorsi di avere le mani fredde e le labbra sporche, ogni cosa, ogni ombra, ogni suono mi dimostravano di essere un desiderio scemato, un vero dolore senza una forma.

Pensavo..un solo uomo con così tanti bisogni “Vorrei che fossi diversa da come ti desidero” ”Vorrei che facessi finta di dormire” “Vorrei che fossi brutta perché sei tanto bella da sembrare finta” “Fammi sentire quanto ti piace””Ti voglio e non so perché”.

Curiosavo allora tra quei pensieri, l’illusione che camuffata corteggiava lacrime chiuse ed odori amari, come giocata dalla fantasia mi sentivo l’unica ad essere rimasta sveglia invece che riposare.

Scivolai via da lui e mi rimisi in piedi, lui continuava e continuava da solo!

Tornai a casa e riaprii quella porta, mi madre pesante mi disse..

-Com’è andata?

-Bene, lui mi ha morso, ma perché era felice!

-Ti è rimasta attaccata alla pelle l’odore del posto da cui sei venuta, spesso succede e succederà saranno  in molti a riconoscersi in quell’odore e a riconoscere te solo per quello.  Dovevi fingere di non amarlo per lasciarlo sognare.

Adesso,

chiudo le gambe quando mi siedo, scendo le scale lentamente ad una ad una, lascio il cuore da solo con le sue idee, e riconosco un uomo quando lo vedo, con i tacchi ci spacco le noci e gioco con i bambini dentro l’acqua.

Amare mio se tu fossi un uomo, continueresti a chiedermi un giorno e nient’altro..

Ma quanta paura abbiamo di essere felici ,meglio sognarlo quest’amore ma solo, per paura di viverlo.

Prevedibile,retorica  finzione nel credere di vivere ,sognando di entrare in anime avare e nell’ancora sbagliare.

“Tieni, prendi  il mio corpo, grande come il sogno di un uomo.”

Click..

Commenti  

 
0 #1 Dario de Giacomo 2009-12-23 10:46
Guardavo la porta sempre chiusa,e spesso bussavo da sola il mio limite da oltrepassare.

E' bellissimo questo strappo dentro la carne viva del ricordo.
Non sanguina, come un corpo morto.
Un diaframma di cui liberarsi per oltrepassare il limite.
Ho adorato la tua scrittura natalizia che corrode le esperienze fino all'orgasmo
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