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Amore disparatoNovembre. Il mese che più di tutti è in grado d’evocare spiacevoli ricordi. In special modo durante le notti da lupi, come quella. Fabio – nel ritorno verso casa – stava pensando che non gli sarebbe bastata tutta la vita per dimenticare. La pioggia stava cadendo ininterrottamente da ben trentasei ore. La città assomigliava a una cazzo di palude, grazie ai tombini scoppiati prepotentemente. Nelle strade un misto di fango e merda rendeva poco agibili i percorsi. I sottopassi erano stati chiusi dai vigili del fuoco per precauzione. Le genti erano state invitate a non uscire dalle proprie abitazioni, a non esporsi ai pericoli conseguenti l’alluvione. Come se fosse così facile. A Fabio erano toccate ben sei ore di straordinario.Sei ore passate a rompersi la schiena e il culo in quel dannato magazzino puzzolente. Bel lavoro s’era scelto. L’aveva fatto più per sopportare il dolore della perdita, che per altro. Dicevano che quando una persona mantiene il cervello impegnato, risulta più difficile abbandonarsi alla pericolosa deriva del passato. Tutte cazzate. Fabio la vedeva di continuo. Qualunque azione stesse compiendo, qualsiasi  operazione necessitasse della sua attenzione, lei era lì, come lacrima di sangue persa nel tramonto. Proprio com’era lì – per strada – in quel momento. Mentre lui – maschera di rassegnazione e impenitenza – a ogni passo cercava d’inventare una bestemmia nuova. Scartò l’ipotesi di tornare nella solitudine della sua baracca senza aver bevuto almeno un goccio. Quale dannato locale avrebbe potuto accoglierlo grondante di quella maniera? Il solito. Buon vecchio Barney. Quando tutti gli altri erano al sicuro, allungati sull’accogliente adipe delle proprie signore, a contare l’incasso della giornata, lui era ancora là, insieme a loro, ai reietti. Forse perché Barney la propria signora l’aveva fatta fuori dopo averla scoperta a intrattenersi col tubista, durante una notte come quella. Qualcuno parlò d’omicidio. Qualcun altro d’incidente. Al processo, Barney – Barnaba Terzilli per l’anagrafe – ne uscì pulito come un lenzuolo bianco appena candeggiato. Fabio guadagnò l’entrata del bar come se avesse il diavolo appena dietro. Si liberò del pastrano, gettandolo in terra, nell’angolo apposito. Se ne contavano pochi di soprabiti, quella sera. Gli avventori erano di terz’ordine, forse anche di quarto, come sempre. Lui non faceva certo eccezione. Si diresse al bancone dopo aver buttato un’occhiata sommaria alle cosce della disperata di turno. Ancora si stupiva quando seduta ai tavoli di quel cazzo di buco di culo ci trovava una donna.

« Dammene uno liscio – Barney – per favore. »

L’oste lo guardò di striscio, come si potrebbe guardare una merda di cane secca al sole. Appoggiò un bicchiere opaco sul ripiano, prese la bottiglia verde dallo scaffale al centro, la stappò con calma e riempì il contenitore per metà. Il liquido – a contatto col vetro – parve emanare un fastidioso brontolio. Che fosse nella sua testa quel cazzo di suono spaventoso? Dalla parte in cui Fabio trangugiò il liquore, il bicchiere perse quell’alone di sporcizia e di mistero.

« Accidenti. Sono bagnato fino alle mutande. Sento freddo persino nelle ossa. Ti dispiacerebbe versarmene un altro, sempre liscio? »

Barney era lì apposta. Per quelli come lui. Che cercavano di perdere nel fondo del bicchiere l’ultima traccia di stima verso se stessi. E verso l’intero genere umano. Il whiskey – durante quel secondo giro di vite – non produsse alcuna eco spaventosa. Solo il silenzio dell’oscenità della loro carne rappresa. Fabio guardava le gocce di pioggia evadere dai suoi capelli e rimbalzare – morenti – nell’oceano alieno dentro al bicchiere. Lo divertiva quel pianto. Il terzo e il quarto li prese con acqua, e il contorno di una birra scura. Subito dopo la mezzanotte gli si avvicinò la squinzia di cui sopra. Proprio vero. I fantasmi aspettano quell’ora per cominciare a infastidire i cristi qualsiasi. Puzzava come una capra caduta in un barile di rum. Era stomachevole. Prese a strusciargli addosso i seni. Maledetta cagna in calore. Fabio disse a Barney di versarle una vodka liscia. Quella la buttò giù come fosse acqua. Poi ricominciò con le tette. Fabio non aveva alcuna intenzione d’approfondire quella squallida amicizia. Le pagò altri due giri e disse a Barney di servirlo al tavolo in fondo. Vide un paio d’amebe rivoltanti quanto lei avvicinarla e mettersi d’accordo sul prezzo della scopata. Insetti. Sgusciarono fuori del locale come merda che trabocca da un cesso intasato. Fabio si decise a riportare a spasso la sua ombra poco più tardi. Barcollava come un ponteggio non ancorato ai muri. La pioggia s’era fatta rada, fortunatamente. Insieme a un rutto gli salì in gola del catarro, stanco evidentemente di restarsene appiccicato ai bronchi. Sputò in terra il muco, misto a sangue. Cadde un paio di volte, ma riuscì a tirarsene fuori. Da quel pantano – lei – gli sorrideva dolce. I lampioni raddoppiavano luci e ombre, all’occorrenza. Dai tagli dell’asfalto veniva fuori il buio – l’ultimo – con cui condividere quello che restava della notte. Era stanco. Aveva bisogno di dormire, di recuperare un po’ di forze. Dalle rovine del marciapiede che ospitava il fatiscente stabile in cui risiedeva, i topi si divertirono a indurlo in tentazione. Non quella notte. Avrebbe finito per inciampare e diventare un pasto bello grasso. Il portone – spalancato di default – offrì la poco amena visione di grosse fauci pronte a ingoiarlo. Vi trovò rifugio dalla pioggia che stava riprendendo corpo. La tromba delle scale girava vorticosamente. Girava. Girava. Buttò fuori un po’ di schifo a metà della prima rampa. Un lungo filo di bava gli restò appiccicato tra labbra, mento e quel che restava del cappotto d’un tempo. Tentò di tirarselo via, ma non riuscì mai a raggiungerlo. Continuò l’ascesa nell’affannosa ricerca dell’osceno del suo appartamento. Tirò fuori le chiavi, nel tentativo di riuscire a centrare il buco nella toppa. La porta era solo accostata. Che gli fossero entrati in casa? Per rubare cosa? Un po’ del suo sconforto? I ladri avrebbero anche potuto essere stupidi, ma non fino a quel punto. Poi la vide ancora, nascosta tra l’ultimo angolo del corridoio e la camera da letto. Bellissima. La chiamò. Lei non rispose. Tentò di raggiungerla. Cadde. La testa urtò contro uno dei tanti spigoli che il nulla si diverte a tirar fuori quando occorre dalle sue spire incantatrici. Ne zampillò del buon sangue. Rosso. Viscoso. Eccola dov’era finita. S’era adagiata sul letto – per fargli piacere – come ai vecchi tempi. Mostrava delle grazie in grado di resuscitare il desiderio anche in un cadavere vivente come lui. Guadagnò terreno, nel lasciarsi scivolare sui drappi damascati. Come le pulsavano le cosce. Che odore di fica tutt’intorno. Fabio slacciò la cinghia e sbottonò la patta. Lei si titillò i capezzoli, poi passò direttamente al martirio del clitoride. Fabio era rimasto impigliato nei pantaloni bagnati, calati fin giù alle caviglie e i lacci delle scarpe. Se ne liberò a fatica qualche minuto più tardi, quando lei – impaziente – aveva preso a masturbarsi. Fabio le fu addosso con la grazia di un bulldozer. Divaricata per bene, pronta a ricevere il dono d’una giusta e asinina erezione – la troia – s’accorse presto che lui non era poi così in forma. Tentò un paio d’affondi, ma l’alcool ingurgitato pensò bene di tradirlo. Niente da fare. Rotolò su un fianco, come un’otaria su una fredda banchisa dei mari del nord. Sconfitto. Biascicò qualcosa, come a scusarsi. Lei era così bella e pronta e zoccola e lo amava ancora, dopo tutti quegli anni. Cominciò a lavorarglielo di bocca in maniera impeccabile. Quello reagì. Eccome se reagì. Al culmine gli montò sopra, praticando il giusto ritmo. Su e giù. Dentro e fuori. S’accorse che aveva preso fiducia. Si cimentarono in ben più complesse prove e disarticolate evoluzioni. Mugolava la giovenca. E come lo prendeva bene in culo. Talmente bene che Fabio se ne venne. Metà gliela schizzò direttamente nel condotto, con quello che restava volle raggiungerla sulle labbra, in bocca. Lei si dimostrò sfacciata, e bevve. E lo baciò con trasporto, proprio come allora. E lui le disse che l’amava ancora. Che non l’aveva mai dimenticata. E lei lo chiamò amore e lo baciò di nuovo. L’avrebbe accolto volentieri ancora nel suo interno, ma Fabio era allo stremo delle forze. Gli permise d’addormentarsi sulla prosperità di seni gonfi correlati di capezzoli aguzzi come chiodi. Il giorno fu talmente riservato che Fabio non s’accorse del bel sole se non in tarda mattinata, quando una mano ben gentile e delicata gli donò un paio di carezze. Era morbido quel letto, troppo. Era nudo come un verme immondo. Alla sua destra un bel vassoio ricolmo di leccornie. Che stesse sognando? Che fosse successo per davvero? Aveva fatto all’amore con lei, da quanto tempo non succedeva? Si versò del caffè. Nero e caldo. Agguantò una ciambella. Buona, soffice. No. Decisamente non era la sua stanza, quella. Azzardò a chiamarla. A bassa voce. Silenzio. Riprovò con più fiato.

« Amore caro. È da stanotte che sbagli a chiamarmi. Devo ingelosirmi? Ma chi è questa Valeria? »

Fabio trasalì. Quella era Barbara. La puttana a ore del piano di sopra. Aveva cercato di circuirlo in mille altre occasioni. Possibile avesse fatto una rampa di scale in più quella notte? Provò ribrezzo d’ogni cosa. Nel rivestirsi in fretta pensò al guaio di non essersi presentato al lavoro. Barbara fu dolce anche nel presentargli il conto. La colazione l’aveva gentilmente offerta. Per la prestazione – visto il rapporto di buon vicinato – applicò la tariffa ridotta. Quella notte gli sarebbe costata solamente trecento stradannatissimi Euri. Fabio le disse che sarebbe ripassato a pagare, che al momento era sprovvisto di denaro contante. Lei tirò fuori una specie di taccuino e annotò la somma di cui era creditrice. Con tutta la mole di lavoro avrebbe potuto dimenticarsene. Da quel giorno – Fabio – non rivide più Valeria.

Commenti  

 
0 #8 Max Condreas 2010-05-14 14:10
Meglio un Radis... Sai com'è, ognuno ha i suoi (stra)vizi...
D'accordo, vedrò d'inviare qualcosa d'accattivante, nella speranza possa piacere. Un abbraccio.
Max.
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0 #7 beatrix 2010-05-14 14:04
Citazione Max Condreas:
Magnesia? Il Diavolo ce ne scampi...
Sempre meglio un buon amaro alle erbe, non credi?
Vedrò di accontentarti. Qualche richiesta particolare o spedisco a mio piacimento?
CiaoCiao. Max.

ok vada per l'amaro medicinale giuliani e non se ne parli più
per il resto nessuna richiesta prova a stupirci
Citazione
 
 
0 #6 Max Condreas 2010-05-14 14:01
Magnesia? Il Diavolo ce ne scampi...
Sempre meglio un buon amaro alle erbe, non credi?
Vedrò di accontentarti. Qualche richiesta particolare o spedisco a mio piacimento?
CiaoCiao. Max.
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0 #5 beatrix 2010-05-14 13:56
Citazione Max Condreas:
Cara Beatrix. Assolutamente non mi è dato di sapere se gli utenti digeriscano i miei scritti velocemente o meno. Ipotizzavo. Se ti va di leggere qualche mio Delirio nuovo, posso spedirlo anche in giornata.
A presto. Max.

Massì, tu spedisci il piccione viaggiatore a destinazione e vediamo che succede ah ah ah ah chissà magari il proprietario del sito onde accellerare le varie digestioni distribuisce magnesia gratis a tutti che ne sai? ahahahahahahahh
Citazione
 
 
0 #4 Max Condreas 2010-05-14 13:51
Cara Beatrix. Assolutamente non mi è dato di sapere se gli utenti digeriscano i miei scritti velocemente o meno. Ipotizzavo. Se ti va di leggere qualche mio Delirio nuovo, posso spedirlo anche in giornata.
Hai più che ragione sulle libere professioniste. Ce ne sono di giovanissime e belle. Ma nel caso di Fabio (pover'uomo) s'è trattata di sfortuna, come suggerisci. Perché ha proprio preso una "zoccola vecchia" come si suol dire.
M'unisco a te nello spezzare una lancia a favore di chi dici...
A presto. Max.
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0 #3 beatrix 2010-05-14 13:36
Citazione Max Condreas:
Ciao Beatrix. Felice di averti fatto compagnia col mio Delirio. A breve ne invierò altri. Lascio agli utenti il tempo di digerire quelli già inseriti.
Ti deluderò, mia cara, ma Barbara - come la maggior parte delle libere professioniste - ha sul groppone tanti (troppi) anni d'esperienza per essere ancora giovane e bellissima
Un abbraccio. Max.

azz hai per caso saputo che ci sono degli utenti lenti nella digestione? ehm...diciamola tutta: non è detto che, se il fabio del racconto nella sua grande sfiga ha beccato pure la zoccola del piano di sopra vecchiotta, tutte le "professioniste" del genere siano anzianotte dai, è solo lui che è uno sfigato (oggi mi sento buona e voglio lanciare una lancia a favore delle "zoccole" che non sono sicuramente per la maggior parte anzianotte anzi tutt'altro )
Citazione
 
 
0 #2 Max Condreas 2010-05-13 09:09
Ciao Beatrix. Felice di averti fatto compagnia col mio Delirio. A breve ne invierò altri. Lascio agli utenti il tempo di digerire quelli già inseriti.
Ah, l'Amore che fugge la sorte. Così tanto l'insegui... Lo raggiunge prima la Morte. Disperato t'illudi che possa tornare a baciarti. Ahimé, non è più lo stesso al mattino a svegliarti...
Ti deluderò, mia cara, ma Barbara - come la maggior parte delle libere professioniste - ha sul groppone tanti (troppi) anni d'esperienza per essere ancora giovane e bellissima
Un abbraccio. Max.
Citazione
 
 
+1 #1 beatrix 2010-05-12 08:55
uhm....se la buona serata si vede dall'andamento della giornata penso proprio che il buon fabio non solo ha avuto una serataccia ma secondo me ha avuto proprio "NA JURNAT'E' MERD'! bravo Max.. mi ha intrigato stò fabio sfigatello.. nel tuo scrivere riesci a far immaginare le scene da te raccontate e non annoi Senti ma almeno stà barabara zoccola era giovane? sai che sfiga se è pure vecchiotta la zoccola del piano di sopra? ahahahahahahah
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