Sezione
Racconti Pulp
Che brutta notte insonne aveva passato Sandra. Una delle peggiori da quando s’era dovuta accontentare di condividere solo col silenzio le ore che di diritto appartengono ai fantasmi. Pensava che una di quelle volte avrebbe potuto capitarle la fortuna
d’incontrarlo. Chi? Il fantasma del suo amore. Da quanto tempo lui l’aveva abbandonata? Non se lo ricordava più. Meglio così. Voleva dire che – di qualche maniera – stava guarendo. L’avrebbe saputo riconoscere – poi – dopo così tanti anni? Se in quel frangente sua sorella avesse avuto modo di sentirla, l’avrebbe di sicuro biasimata. Come se fosse una colpa. Sognare.Sì. Alla sua età forse lo era. In ogni caso anche lei aveva scelto la soluzione più facile. Farsi mettere incinta dallo scopatore folle di turno e pretendere il matrimonio riparatore, contando sui rimorsi di coscienza di cui la nostra razza è portatrice sana. Le era andata bene. Almeno così sembrava, lanciando una sommaria occhiata. L’unica che l’aveva preso dentro al culo – metaforicamente parlando – era giusto lei. Le bollette da pagare. Le rate del mutuo. Le spese di condominio. La riparazione della caldaia. La tinteggiatura della vecchia cucina. L’impianto elettrico da sistemare. L’assicurazione dell’automobile. I regali per i nipoti. C’era da impazzire davvero. Altro che. Da quanti giorni aspettava quell’assegno? Quattro? Cinque? Forse una settimana. Odiava lavorare e non essere pagata. Pensavano che i suoi articoli potessero scendere di prezzo di quella maniera? Facce di merda. Approfittare così di una donna sola. Se avesse avuto un uomo – a quell’ora – quell’assegno sarebbe già stato cambiato in prestazioni di manodopera e qualche semplice acquisto di cibo. Con cui poter sostenere il corpo. All’anima ci avrebbe pensato il sesso. Invece quel cazzo di frigo era vuoto e al suo amico albanese – ultimamente – pareva non gli venisse duro nemmeno con l’amido. Gli uomini. Tutti buoni, a chiacchiere. Proprio non girava. Inutile restarsene a letto. Si tirò via dalle lenzuola come una farfalla in procinto di sgusciare fuori della sua crisalide. Con grazia e splendore. Da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di dormire nuda. Non si poteva mai sapere. Nottetempo qualche ladro stupratore avrebbe anche potuto approfittare di lei, donandole un po’ di sano batticuore. Lo specchio fu impietoso, come ogni cazzo di mattina. Eppure ci provava a dimagrire. Per quello che metteva sotto i denti ultimamente, poi. Non aveva stimoli. Nemmeno più quel suo cazzo di lavoro le dava ormai soddisfazioni. La famosa giornalista Sandra Liberti pareva stesse attraversando la crisi più catastrofica della sua storia. Che fosse il caso di accettare la corte di quel ragazzetto? E se l’avessero scoperta e sputtanata? Le mancava solo quello e poi avrebbe fatto meglio a suicidarsi. Non era per niente male lo stronzetto. Peccato fosse poco più che adolescente. Avrebbe dovuto raccontarlo ai genitori. Farlo controllare maggiormente. Assicurarsi che ricevesse delle cure. Non era poi così sicura che non fosse normale avere certe piccole manie a quell’età. Il monello. S’era fatto scoprire appositamente nel sottoscala – per ben due volte – col cazzo in mano, nell’intento di spararsene una grossa. Sandra la prima volta aveva subito distolto lo sguardo, in modo lui potesse ricomporsi. Nella seconda occasione aveva invece indugiato fin troppo su quell’erezione niente male. Ipocritamente l’aveva rimproverato. Minacciato, addirittura. Se non l’avesse smessa, l’avrebbe prima denunciato e poi si sarebbe prodigata nell’avvisare i genitori di quel suo lascivo comportamento. Peccato masturbarsi a sua volta – giunta la sera – al sicuro delle sue quattro mura e più precisamente sotto le lenzuola, dove da troppo tempo non veniva soddisfatta. Alle undici c’era consiglio comunale. Doveva sbrigarsi, se voleva passare prima dal salumiere sotto casa. Sperava solo la giornata non si mutasse in guerra, come al solito. Era stanca d’essere accusata da colleghi vari e politici corrotti, di schierarsi troppo. Aveva le sue idee e non c’avrebbe rinunciato certo, per vantare una professionalità di cui nessuno faceva ormai più sfoggio da una vita. Indossò il vestito più sobrio presente dentro al guardaroba. Quindi provò a rimirarsi di nuovo nello specchio. Però. Costretta nelle stoffe non era affatto da buttare. E poi se stuzzicava la fantasia dei ragazzotti voleva dire che non tutto era perduto. E se avesse optato per qualcosa di più provocante? Nulla avrebbe mai potuto davvero far colpo sugli zombie presenti al consiglio. Come se le interessasse. Fuori della porta – giusto sul pianerottolo della propria abitazione – di nuovo lui. Sandra rimase alquanto sconcertata. Non tanto per il fatto che il giovine la stesse spogliando con lo sguardo, quanto per la reazione della sua carne. Sentì nitidamente l’umido della vagina. Si stava bagnando. Gli sorrise e tagliò dritto, cercando in qualche modo di non dar adito a incoraggiamenti. Nella bottega di Roberto non c’era anima viva. La crisi. Possibile mai inducesse le genti a non mangiare? Pazzi. In giro con l’ultimo modello di umts e lo stomaco che brontolava. Roberto si premurò di ricordare alla sua amica Sandra che c’era quel conticino da regolare. Niente di chissà che, per carità. Le fece capire che i fornitori andavano pagati e piuttosto raramente concedevano proroghe. Trecento stradannatissimi Euri non erano poi questa gran somma, ma potevano fare la differenza. Eccome se potevano farla – pensò lei arrossendo – prima di assicurargli che sarebbe passata in serata – verso ora di chiusura – per il saldo. Uscì con la sua bustina di plastica tra le mani e il cuore a pezzi. Roberto. Come tutti gli altri, forse peggio. L’avrebbe trovato – anche sul tardi – ad aspettarla. Se non l’avesse visto dietro al banco, avrebbe potuto raggiungerlo nel retro. Al sicuro da orecchie indiscrete. Lì – di qualche maniera – il conto sarebbe stato estinto. Sandra faceva la parte dell’ingenua da una vita, ma non lo era certo. Quello stronzo l’aveva fatta sentire una puttana. Quel bavoso eunuco rottinculo. Non gliel’avrebbe data nemmeno se fosse stato l’ultimo uomo sulla Terra. Intanto i soldi per pagare non li aveva. Che guaio. Neanche la consolazione delle lacrime. Non poteva perdere del tempo prezioso per piagnucolare. Doveva tornare a casa, posare la spesa e correre in comune. Qualche soluzione le sarebbe venuta in mente. Le toccò subire ingiurie per tutta la durata del consiglio. Che il sindaco fosse dalla sua parte importava poco. Si sentì offesa nell’intimo del suo essere donna. E avvertì maggiormente la mancanza di un uomo al proprio fianco. Alle ventuno e trenta – completamente affranta – capitò nei pressi dell’alimentari di Roberto. Lui era proprio sulla soglia. L’aspettava. Sandra quasi venne meno. Le era completamente passato di mente. Guardare quella faccia compiaciuta, nello sporco riverbero del grembiule bianco, le fece montare un pericoloso odio verso l’intera razza umana. Inclusa se stessa. Quale argomento tirare fuori a sua discolpa? Nell’avvicinarsi contò le ombre della sera, impiccate all’albero dei suoi pensieri. Lui le sorrise. Poi tentò di salutarla con dei baci sulle guance. Roberto puzzava di sudore. E quell’epa. Stomachevole. Sembrava il giusto porco pronto per la macellazione. Sandra si ritrasse, disgustata. Lui s’indispettì e pretese il suo danaro. Sandra gli disse di aspettare qualche minuto. Il tempo di rientrare in casa, per prelevare il dovuto. Le batteva forte sulle tempie, quel suo cuore malandato. Maggiormente nella salita. Cosa poteva fare? Fingere un malore? Mettersi a urlare, nel tentativo d’accusarlo di molestie? Nessuno l’avrebbe creduta. Nessuno. Il silenzio dell’abitazione le provocò un’improvvisa nausea. S’affrettò a sputare la saliva in eccesso nel lavello della cucina. Più volte. Si morse le labbra. Tumide. Da pompino. Che convenisse concedersi? Magari un rapporto orale l’avrebbe soddisfatto. Sentì il vomito già in gola. La coltelliera le suggerì una possibile soluzione. Sfilò quello più lungo. Che bell’impugnatura. Il coltello le parve all’improvviso trasformarsi in un grosso cazzo dalle vene pulsanti. Tutto quel pulsare pareva le dicesse fallo. Cazzo, fallo. Fallo, cazzo. Aveva voglia di scopare, ma non certo con quello schifoso di Roberto. Lo raggiunse nel retrobottega. Lo sorprese nell’intento di farselo venire duro. Pover’uomo. Sandra fu precisa, almeno nell’assestare il primo colpo. Quasi gli tirò via di netto quella sua gran testaccia di cazzo. Poi si divertì scompostamente. Un tripudio d’interiora, ossa e stoffe martoriate. Le schizza di quel sangue caldo la raggiunsero dappertutto. Avevano un buon sapore. Si preoccupò di togliersi le scarpe, una volta in strada. Nessun movimento, solo il ristagno dell’asfalto. Era forse il caso di andare. Infilato sotto la porta di casa trovò un biglietto. Piegato perfettamente in quattro. Che ci fosse già da prima? Lo spiegò con calma. Ti scoperei tutta. Tradusse il volgare di quelle parole in modo il messaggio potesse risultarle di gran lunga più romantico. Omicida per caso. E perché non anche amante d’un ragazzino? S’infilò a letto senza neanche ripulirsi e prese selvaggiamente a masturbarsi. L’orgasmo non si fece attendere poi molto. Così anche il sonno. L’avrebbe svegliata il telefono di buon mattino. La redazione. Doveva precipitarsi sotto casa. A memoria d’uomo pareva nessuno ricordasse d’un delitto di quell’efferatezza, nel paese. Dopotutto le piaceva, il suo lavoro.




Commenti
CiaoCiao. Max.
Davvero bravo, complimenti!
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