Sezione
Racconti Pulp
Era da poco passato mezzogiorno, quando il telefono squillò…
Chi poteva essere a quell’ora, di domenica?
Sicuramente non uno che aveva tirato tardi la sera precedente.
Quel dannato marchingegno non voleva proprio saperne di smetterla di strillare.
Voleva per forza che mi alzassi.
Così feci, dopo più di cinque minuti che mi rompeva i timpani.
Così, come per magia, appena arrivato al suo cospetto, neanche il tempo di un cenno per afferrarlo e magari sbatterlo a terra, che restò lì, muto più di un dannato cadavere.
Pensai di farlo in mille pezzi.
Me ne guardai bene, però, dall’attuare quel pensiero.
Un altro apparecchio, di quelli della nuova generazione per intenderci, chissà quanto sarebbe venuto a costare e non potevo certo permettermi il lusso di fare spese superflue.
Potevo restare lì, in piedi, come un idiota, aspettando che il dannato rompipalle ci riprovasse, ma forse avrei perso maggiormente stima di me stesso.
Come se non l’avessi già persa abbastanza nel corso degli anni.
Decisi di staccare la spina e vaffanculo.
Me ne tornai a letto, anche se il sonno, oramai, mi aveva abbandonato.
Avrei potuto spararmi una bella sega, per rilassarmi e farmelo tornare in un secondo momento. Magari su quella gran troia incontrata la sera prima al No Fear.
Ce l’avevo già duro.
Presi a menarmelo con gusto. Ogni volta che stavo per venire rallentavo, o mi fermavo addirittura. Da gran segaiolo conoscevo tutti i segreti per godere il più possibile e quella mattina avevo intenzione di sfoderarli tutti dal carniere della mia depravazione.
Certo una bella fighetta di primo pelo mi sarebbe sgusciata un frego, ma non si può volere tutto dalla vita.
Poi, com’era quel detto?
Ah, già…
«Chi si accontenta gode!»
E ne avevo tutte le intenzioni.
Il tipo sbucò all’improvviso da dietro la porta della stanza proprio mentre stavo eiaculando, mentre i vapori della goduta mi avvolgevano in un sudario insanguinato di sensazioni deliziose.
Con le mani impiastrate di sperma cercai rapidamente il cassetto del comodino.
Nel suo interno c’era la mia piccolina, una calibro 38.
Ma il ladro fu più lesto del sottoscritto.
Un perfetto ed esemplare Clint Eastwood del cazzo.
Occhi di ghiaccio, mano ferma e precisione assoluta.
Tre colpi.
Solo tre maledettissimi colpi.
Uno al collo, di striscio, uno all’altezza della spalla sinistra.
L’ultimo diritto in fronte.
Me ne morii lì, senza nulla a pretendere, con ancora l’erezione tra le cosce.
Nessun pensiero sopraffino, se non quello di non essermi fatto nemmeno la trombata della staffa.
Che volete farci. Il destino. Se avessi risposto al telefono, quella mattina, avrei sentito solo il click del riaggancio dall’altro capo. Il ladro avrebbe capito che c’era gente in casa e magari avrebbe deciso per un altro appartamento.
Adesso, però, sono costretto a salutarvi, miei cari.
Il tempo concessomi dal caro Belzebù sta per scadere.
Ha deciso di assumermi a tempo pieno nel girone dei lussuriosi.
Come guardiano ed esperto di tortura, visti i miei espedienti terreni.
Ah, ma scusatemi per la maleducazione.
Mi accorgo solamente adesso di non essermi presentato.
Mi chiamo Giacomo De Lorenzi.
Jack, per gli amici.



