Sezione
Racconti Pulp
Pedalare era una gran figata. Quelle 187 mila lire erano state proprio ben spese. Si sentiva una farfallina potente. Leggero, veloce e forte. Ma ora era ora: Max doveva tornare. La macchinetta timbra tesserini, altrimenti, sarebbe stata inclemente. Peccato: era una goduria spalmarsi sulla faccia l'aria fresca del mattino, specie dopo una notte passata impegnandosi in variegati contorsionismi ed annaspando in cerca di coriandoli di fresco.
Così, di controvoglia, tornò a casa, prese un caffè, la valigietta del lavoro, le chiavi, la macchina, la circonvallazione e si diresse in ufficio. La giornata, come succedeva da qualche giorno, non riuscì proprio a disincastrarsi. Sembrava impigliata, ferma. Inaspettatamente però la clessidra ebbe la meglio e fu ora di tornarsene a casa. Siliana non era ancora arrivata: erano giorni di dichiarazioni dei debiti e bollettini Ici ed in ufficio avrebbe fatto tardi. Il desiderio di pedalare strattonò nuovamente Max sulla bici e questa volta il nostro si addentrò nel borgo antico.
Pedalò per un po' fra le viscere barocche della sua cittadina, poi decise di tagliare via ed uscire, passando per il quartiere-dormitorio. La 167 era stata sistemata da poco, con alberetti a ciuffetto ed erbetta all'inglese. C'erano pure gli innaffiatoi automatici. L'aria era muta, solo il rumore degli ingranaggi squittiva sornione. Max prese per la piazza larga, con l'intenzione di scendere giù e, divincolandosi dai caseggiati, uscire da lì e fare un giro in campagna. Così fece ma ad un tratto il rumore di un diesel soppraggiunse furioso. Poi uno strepitio di gomme sull'asfalto ed il gorgoglio di quel motore che gli era affianco: era un furgone bianco, con qualcosa scritto sopra.
Intontito Max assorbì l'immagine del portellone che scorreva veloce e di quelle mani che, improvvise, lo artigliarono sbattendolo sul pavimento del furgone. Poi una serie impazzita di colpi: sembravano di piedi ma potevano essere - forse - anche di bastoni o altro. I colpi finirono; lui rimase fermo, come un feto su quell'ondulato di metallo. Sentiva un intorpidimento che, smorzandosi, si apriva in una serie di piccoli dolori lancinanti. Dolori alla moviola nella testa. Erano calci che gli affondavano nell'addome, sullo sterno, fra i reni, sul cranio, sulle gambe. Piedi che schiacciavano. Poi una mano gli strinse i coglioni. Fra il tamburellare singhiozzante delle lamiere sentì - distintamente - una voce di donna che diceva: "benvenuto giovanotto". Altre voci, forse tre, risero. Erano tutte di donna.
Cosa stava succedendo? Che ci faceva là Max? E quelle chi erano? Perché se lo erano preso? Non riusciva a trovare una risposta.
Il furgone cominciò a danzare in maniera inconsulta. Probabilmente stavano percorrendo una strada di campagna. Poi svoltò a destra e si fermò. Max sentì un rumore di freno a mano, di sportello che si chiude, di portellone che si apre e che si richiude. "Allora vi è piaciuto il bocconcino di oggi?" chiese una voce. Un'altra voce rispose. Era ancora una voce di donna. "Fatemelo vedere da vicino. In bici sembrava belloccio... Umh e che gli avete fatto? Guarda qua… un graffietto sul visino. Vediamo se si sente il sapore del sangue..." Max strinse gli occhi cercando di vedere quella che gli era vicina. Vedeva solo ombre. Si sentì leccare il viso. "Non siete per niente brave - disse quella alzando il tono della voce. Silenzio dall'altra parte - vediamo che si può fare. Fermo tu!" ed affondò un unghia nel graffio. Poi leccò di nuovo ed ancora, più volte. "Già va meglio", disse. "Catrin, oggi tocca a te", disse ancora e si alzò. "Accompagnatemi" disse l'altra voce. Neanche il tempo di pensare.
Molte mani furono su Max: potevano essere sei, otto, dieci mani. Non sapeva dirlo. Dovunque sentiva i vestiti che si laceravano e delle unghie che affondavano nella pelle. Poi una coppia di mani lo prese e lo sollevò. Dovevano essere di una donna molto robusta. Sentiva sulla schiena dei seni grandi come cuscini. Max cercò di distinguere qualche lineamento: niente. Improvviso qualcosa lo prese su tutto il corpo. Era stato spinto contro la parete del furgone. Sentì del sangue in bocca. Polvere di pietra. Probabilmente si era spezzato un dente.
Una mano gli strinse il viso, la gola. "Apri la bocca tesssssssoro". La voce ci sputò dentro, poi ci calò la lingua, e cominciò a leccarlo. Altre lingue fecero così. Sentiva i brandelli di vestiti cadergli da dosso, sentiva mani che strappavano stoffa e che affondavano fra le sue carni. Poi tutte si fermarono e lui cadde a terra. Si sentì aprire come una croce. Gambe e braccia lontane. Su ogni arto una coppia di mani. Poi un corpo strisciò sul suo. Dovevano essere cinque, quindi. Cinque o più. Le mani cominciarono ad affondare nella sua pelle. Max cominciò a contorcersi. Morsi sugli arti. Il corpo sul suo corpo iniziò ad aprirgli i pantaloni, a strappargli le poche vesti intere. Poi si sentì del bagnato sul cazzo. Era una lingua o un dito. Non sapeva dirlo. Poi fu una lingua.
Ancora morsi sulle braccia. Si sentiva stordito, stralunato. La bocca cominciò a morderlo. Gli faceva male, se lo sentiva che era moscio. Quella bocca gli tirava la pelle. Poi i morsi cominciarono a fare meno male, quella bocca cominciò a leccare, ad ingoiare. I morsi sugli arti si placarono. Si sentiva che stava per venire, sentiva quella sensazione scorrergli nelle vene. Venne. Ancora qualche leccata, poi quella bocca si alzò. Le mani allentarono la presa. Le voci risero. Silenzio. Una scarica di calci, ancora, ed il portellone si aprì. Le voci continuavano a ridere. "Chiudilo il furgone... aveva un buon sapore. Magari lo ribecchiamo".
Le voci risero, di nuovo. Il portellone si chiuse. Profumo di Chanel n° 5.


