Sezione
Racconti Pulp
Una stretta di mano e ci sedemmo. Come al solito, il bar dell'Hotel Palace sembrava un grande mercato o, peggio, la sala d'attesa di una stazione. Di tanto in tanto, però, il brusio uniforme di voci veniva rotto dalla risata chioccia di una signora grassoccia come un barilotto, che sedeva a gambe divaricate alla nostra sinistra. Alla prima risatona, il signor Garay la fulminò con un'occhiataccia di sguincio, ma quella, per tutta risposta, esplose in una nuova eruzione di riso.
Allora Garay fece uno strano verso - gnneck! - storcendo il collo di botto, e una luce sbrilluzzante gli sfarfallò negli occhi, mutando il suo sguardo all'improvviso: rasserenandolo quasi avesse pigiato un tasto nella memoria del cervello, per cancellare la cicciona e la sua risataccia molesta. Custardoy sembrò percepire il mio disagio. Noi due ci conosciamo da una vita, dato che siamo nati nello stesso quartiere vicino allo Stadio Santiago Bernabeu, dove abbiamo cominciato ad amare il calcio assistendo alle sfide del mitico Real.
Quelle domeniche sulle tribune hanno cementato la nostra amicizia al punto che posso dire che siamo in grado di leggere nel pensiero dell'altro. Custardoy, infatti, mi fece l'occhietto per rassicurarmi. Poi prese la parola, rivolgendosi al misterioso signor Garay. "Allora? gliela diamo una mano, al mio amico? così finirà di passare le notti insonni. Vede, quando non dorme diventa insopportabile, sempre nervoso: non lo riconosco più. Come si può fare?", domandò. "Ecco vede il mio problema…" aggiunsi io, ma Garay mi interruppe bruscamente. "So già tutto, non si preoccupi. Ho capito perfettamente la situazione. Custardoy mi ha spiegato per filo e per segno cosa la preoccupa. Del resto ne ha buon motivo: Jauralde è un uomo senza scrupoli." sussurrò con voce ferma. E devo ammettere che mi sentii davvero rassicurato.
Conoscevo a fondo pregi e difetti di Custardoy: per quanto eccentrico ed imprevedibile - diciamo pure un po' matto -, era un tipo in gamba: il classico uomo di mondo che ne aveva viste di cotte e di crude, sopravvivendo a mille disgrazie senza fare una piega. Conclusi che mi aveva certo presentato la persona capace di tirarmi fuori da quella situazione balorda, che stava rovinando i rapporti con la mia famiglia a causa del crescente nervosismo che aveva stravolto il mio carattere mite. "Come si può fare, dunque?", ripetei, scosso da un fremito di rinnovato entusiasmo. "Semplice: basta pagare e tutto è possibile, in questa valle di lacrime." replicò secco Garay, guardandomi dritto negli occhi e mettendomi di nuovo a disagio, non tanto per quello che aveva detto, che in fondo mi aspettavo, quanto per il modo con cui aveva parlato. "Ci pensa Pedrinho." aggiunse subito dopo il tipaccio. E si passò l'indice della destra sotto la gola, facendolo scorrere in orizzontale. Un gesto che stonava con la sua bizzarra cravatta giallina zeppa di uccellini. "E chi è, un suo amico?" chiesi, incuriosito ma in fondo preoccupato. "In un certo senso sì. E' uno che ha un certo potere, sulla vita degli altri. Cinquemila pesetas e Jauralde non le darà più alcun fastidio, signor Aragon". "Davvero, ne è sicuro?". "Certo: i morti non danno più fastidio a nessuno, mi creda." concluse lui, ed un brivido mi percorse la schiena.
Non mi ero sbagliato: Custardoy stava diventando sempre più pazzo, ma non credevo fosse giunto al punto di andare a raccontare i fatti miei ad un uomo che poteva farmi diventare il mandante dell'omicidio di un personaggio così in vista come l'imprenditore Jauralde: il costruttore più ricco di Madrid, dedito a traffici illeciti d'ogni risma. Dopo un primo sgomento, però, scoprii che l'idea non mi dispiaceva più di tanto. In fondo, prima o poi tutti dobbiamo morire.



