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Recupero crediti - racconto pulpClaudio entrò nel bar facendo sbattere la porta. Gli occhi ancora addormentati degli altri clienti si girarono verso di lui, poi, quando l’ebbero inquadrato per bene, tornarono a perdersi tra cornetti stantii e caffè freddi.

Le otto di mattina, erano mesi che non si svegliava così presto. Lui aveva i suoi ritmi e la mattina era la porzione della giornata che odiava di più. La bella idea di trovarsi in quel bar puzzolente a quell’ora da metronotte era stata di Franco: bella idea del cazzo!

Si guardò intorno come se aspettasse di vedere qualcuno quando scorse una mano fargli un gesto da dietro un giornale aperto.

La mano era di Franco e lui gli si avvicinò lentamente.

- Spero che ci sia un buon motivo per sbattermi giù dal letto a quest’ora! – esclamò guardando la testa dell’uomo nascosta dal giornale.

- Siediti e non rompere i coglioni. C’è sempre un buon motivo se ti chiamo – disse sputandogli il fumo della sigaretta addosso.

- Lo spero – si sedette di fronte a lui.

Franco non parlava, continuava a leggere il quotidiano come fanno i ragionieri prima di andare in banca, Claudio si sentiva stranamente a disagio. Quel posto era abituato a vederlo a notte fonda, diverse cameriere, diverso il barista e soprattutto diversa clientela. Alla mattina si popolava di gente dal colletto bianco, padri di famiglia, nessuna preoccupazione apparente, sembrava persino che stessero in piedi da ore.

Biascicando qualcosa tra i denti vide la cameriera avvicinarsi.

- Cosa prende, signore? – domandò arrestando il moto del suo culo che aveva agitato fino al tavolo.

- Un caffè – disse senza alzare lo sguardo dalle forme del bacino.

- Bene – fece lei tornando a sculettare verso il bancone.

Franco poteva essere morto dietro a quel maledetto giornale, Claudio non capiva tutto quell’interesse verso la carta stampata, di solito la usava per altre cose.

La ragazza tornò ancheggiante a portare il caffè, sorridendo con disgusto alle carezze degli occhi di Claudio.

Quando portò la tazzina alla bocca, un grido per poco non lo fece bruciare con il caffè. Sputò il liquido caldo sul tavolo e la faccia di Franco sbucò da dietro il giornale. Il grido era stato suo.

- Finalmente! Trovato! – esclamò con gli occhi taglienti.

- Trovato cosa? – domandò lui cercando di bere il caffè rimasto nella tazzina.

- Leggi qui – e gli porse il quotidiano.

Claudio scorse la pagina degli annunci personali. Solite cose: massaggiatrici con sorpresa tra le gambe, accompagnatrici per miliardari, casalinghe insoddisfatte (come se esistessero casalinghe soddisfatte), tutto quello che il porco mondo offriva alle persone sole. Niente di speciale, insomma.

- Cosa dovrei vedere? L’annuncio di tua sorella? – chiese accendendosi una sigaretta e buttando il giornale verso l’amico.

- No, cretino. Guarda qui. – fece Franco indicando un annuncio perso tra gli altri.

“La regina è fuggita da corte. L’alfiere la insegue”. Nient’altro, solo queste dieci parole senza senso.

- Cosa cazzo vuol dire? Stiamo giocando a scacchi? – domandò Claudio soffiando il fumo.

- No – spiegò Franco addentando la sua brioche – È un messaggio del capo, dobbiamo andare a fare una cosa –

- E cosa? –

- Non ti preoccupare, paga il conto e usciamo. Ti aspetto in macchina. – e uscì quasi di corsa dal locale lasciando Claudio senza parole.

- Ma pensa un po’. Non potrebbe usare il cellulare come fanno tutti invece di lasciare questi messaggi?!- pensò ad alta voce alzandosi dalla sedia e dirigendosi verso il culo della cameriera.

Pagò senza dire una parola e uscì dal bar inforcando gli occhiali da sole.

Franco l’aspettava in macchina davanti al marciapiede, in perenne divieto di sosta. Macchina nera, abiti neri, cravatte nere e una Beretta calibro nove nascosta nella fondina. Il turno di lavoro era appena cominciato.

Saltò in macchina mentre Franco stava già ingranando la prima. L’auto nera sgommò davanti al locale attirando lo sguardo di tutti i passanti.

- Mi vuoi dire almeno dove siamo diretti? – chiese interrompendo il silenzio.

- Zona Navigli, dobbiamo fare un lavoro per il capo. – spiegò buttando il mozzicone dal finestrino e facendolo finire quasi in testa ad un pedone.

- Potresti anche fare più attenzione – disse Claudico – E soprattutto dovresti lavare quest’auto, puzza di carogna. –

- Non sono affari tuoi – sentenziò Franco intento a sorpassare con la striscia continua.

Claudio sentì vibrare il telefonino. Guardò il display: era Marta.

- Pronto –

- Ciao amore – la voce della ragazza arrivò come aria fresca.

- Ciao piccola –

- Dove sei? – domandò mentre masticava qualcosa.

- Al lavoro –

- Sei stato incredibile questa notte. –

- Lo so piccola, ma ora sto lavorando – disse aggiustandosi gli occhiali da sole neri.

Franco sorrise, sapeva chi c’era dall’altra parte del telefono.

- Stasera facciamo il bis? – chiese la ragazza deglutendo il boccone.

- Non so. Dipende –

- Da cosa? –

- Dal lavoro –

- Va bene, fammi sapere. –

- Nel dubbio preparati. Ciao piccola –

- Ciao stallone – e la comunicazione si chiuse con un clic.

Claudio sorrise a se stesso nello specchio dell’aletta parasole. Qualcosa girava bene nella sua vita, finalmente.

- Era la tua porca? – domandò cinico Franco.

- Non è la mia porca. È la mia ragazza. – precisò cancellando il sorriso.

- Ma ti fa i numeri, giusto? –

- Mi fa i numeri perché mi ama e non perché è una porca –

- Come vuoi tu – sospirò l’altro svoltando a destra senza mettere la freccia.

Era insopportabile a volte. Il cinismo era il suo credo e non poteva soffrire niente e nessuno, soprattutto di mattina. Claudio faceva coppia con lui perché il capo glielo aveva ordinato, e a poco a poco si era affezionato a quel bastardo, senza contare che doveva ringraziarlo per avergli salvato la pelle almeno un paio di volte.

- Vorrei almeno sapere che genere di lavoro stiamo andando a fare – biascicò sputando anche lui il mozzicone dal finestrino.

- Recupero crediti – spiegò pacato Franco.

- Solito –

- Solito – fece accendendosi un’altra sigaretta.

Tornarono in silenzio, se non c’era niente da dire era meglio stare zitti. Le macchine dirette agli uffici e alle fabbriche congestionavano il traffico, Franco non era abituato a guidare in mezzo a tutta quella gente e si vedeva. Lui ed il codice stradale non erano mai stati presentati e così guidava d’istinto cercando di evitare i danni.

- Lo sai cos’ha fatto quella porca di Manuela? – Franco aveva voglia di parlare.

- Chi? La donna del capo? – chiese Claudio senza interesse.

- Sì, quella gran porca della donna del capo. –

- No, non lo so. Cos’ha fatto? –

- L’hanno trovata mentre scopava con un tizio nello sgabuzzino del “Leopardo” – confidò Franco orgoglioso di saperlo.

- Non ci credo. Figurati se Manuela va a scoparsi il primo che capita nello sgabuzzino del locale del capo. – disse Claudio prendendolo per idiota.

- Non era il primo che capitava. Era Oscar. – sorrise, era proprio felice di raccontare quella storia.

- See, come no! – fece l’altro incredulo – Proprio con il braccio destro del capo. Non ci credo, ti hanno detto una cazzata. Credi a tutto quello che ti dicono? –

Franco soffiò il fumo in faccia al collega. Quel maledetto sorriso non voleva sparire.

- Ho visto con i miei occhi il capo che parlava con Oscar ieri sera, dopodiché due tizi grandi e grossi lo hanno “accompagnato” nel vicolo che c’è nel retro. Sono tornati soli. – confessò.

- E anche se fosse? – chiese Claudio – Manuela che fina a fatto? –

- La porca non si fa vedere in giro da tre giorni e di solito era in prima fila al locale ad allargare le gambe. Non ti sembra che tutto quadri? –

- Non quadra un cazzo. Sei solo paranoico. Credi a troppe storie, bello, dovresti svegliarti. –

Non poteva credere che una donna del genere si facesse scopare da Oscar. Uno scimmione con un posacenere al posto del cervello, talmente brutto che se fosse caduto addosso alla morte avrebbe fatto scopa. Era tutta una storia inventata per dare al capo una buona scusa per liberarsi di quell’idiota, dopotutto era diverso tempo che giravano strane voci su di lui.

- Ma tu non conosci Manuela – disse d’un tratto Franco.

- No, e tu pensi di conoscerla? – sbuffò Claudio con aria di sufficienza.

- Direi di conoscerla… benissimo – ammise lasciando libero sfogo al suo orgoglio.

- Un anno fa, durante una delle cene del capo – iniziò a raccontare – quella porca mi ha avvicinato mentre stavo andando a pisciare e mi ha bloccato proprio sulla porta del cesso.

- See, come no –

- Te lo giuro, non racconto balle. Mi ha bloccato e senza dirmi una parola mi ha preso per un braccio e mi ha trascinato nel bagno delle signore. – il suo sorriso era sempre più largo mentre l’auto svoltava a destra e a sinistra come se non sapesse dove andare.

- E cosa è successo? –

- Mi ha sbattuto con la schiena al muro e mi ha sbottonato i pantaloni. Mi ha fissato con i suoi occhi da porca, li conosci, vero? Dopo avermi squadrato per qualche secondo, mi ha tirato fuori l’uccello e si è messa a farmi una sega. – confessò contento.

- E tu cos’hai fatto? – chiese Claudio che iniziava ad interessarsi al racconto.

- Cosa dovevo fare? L’ho lasciata fare, solo che dopo qualche secondo si è abbassata a prendermelo in bocca. Te lo giuro. Mi ha fatto il numero nel cesso del ristorante dove c’era anche il capo. –

- Non ci credo – disse Claudio anche se iniziava a crederci.

- Quando ero sul punto di venire ha staccato i due canotti che ha al posto delle labbra e si è dileguata lasciandomi come un coglione nel bagno, da solo e con i calzoni slacciati. –

- E poi? – chiese l’altro

- E poi mi sono soddisfatto da solo, mi aveva rimescolato il sangue nelle vene, quella porca. –

- Va beh – sospirò Claudio – Quanto manca alla destinazione? –

- Siamo quasi arrivati, amico, ma tu non credi a quello che ti ho raccontato. Quella è una vacca di prima categoria, e ci credo che si sia fatta anche quello scimmione di Oscar nello sgabuzzino. –

L’auto parcheggiò di fronte ad una palazzina vicino al letto del naviglio. I due uomini vestiti di nero scesero aggiustandosi la cravatta e la pistola nella fondina.

- Sai che se lo dicessi a qualcuno finiresti con un’iniezione di piombo in testa? – fece Claudio.

- Sai che tu finiresti nello stesso modo se raccontassi cosa ne hai fatto del pacchetto di polvere che abbiamo preso allo svizzero il mese scorso? –

Silenzio, entrambi decisero che il silenzio era la miglior difesa. Arrivarono davanti al cancelletto della palazzina. Tre piani, balconi pieni di gerani, un giardino curato, una casa come tante. Si tolsero gli occhiali da sole.

- Da quanto non scopi? – chiese Franco scrutando i nomi del citofono.

- Veramente da ieri sera… - ammise Claudio.

- Ah, già. La tua porca –

Una vecchia stava uscendo dalla palazzina e vendendoli si fermò un secondo prima di aprire il cancello. Li squadrò dalla testa ai piedi: non infondevano molta fiducia.

- Apri il cancello, vecchia – le ordinò Franco.

La vecchia fece un passo indietro. Franco tirò fuori la Beretta e la puntò verso il cranio peloso.

- Ho detto apri – ripeté calmo.

La donna, in preda al panico, aprì il cancelletto con le mani tremanti, spostandosi poi di lato per lasciarli entrare.

- Brava vecchia, per oggi puoi vivere – sibilò Franco varcando la soglia.

La vecchia scappò più veloce di un fulmine.

Salirono le scale lentamente, non avevano fretta. Il lavoro era semplice, almeno per Franco che conosceva il piano. Claudio lo seguiva ad un gradino di distanza, lasciava sempre andare avanti lui, aveva più esperienza e sapeva come trarsi d’impiccio. Lui era solo una specie di garzone, di assistente. La responsabilità dei lavori era tutta in mano a Franco, come la maggior parte dei guadagni.

- Dovrebbe essere qui – spiegò fermandosi davanti ad una porta di legno massiccio senza il nome inciso.

- Bussiamo? – chiese Claudio.

- Bussiamo. –

Toc toc. Niente. Toc toc. Niente. Allora suonarono il campanello. Niente.

Franco estrasse la pistola ma un secondo prima di fare fuoco verso la serratura si sentì armeggiare dall’altra parte.

- Arrivo, arrivo – urlò una voce di donna.

La porta si aprì di qualche centimetro. Il piede di Franco la spalancò di colpo facendo finire la ragazza a terra.

Era vestita solamente con una vestaglia trasparente e un paio di mutandine. Il seno nudo era uscito dai lembi della veste aperta dalla caduta. Il sedere sodo era stato sbattuto sul pavimento di marmo duro e freddo. Bella fica! Pensarono entrambi all’unisono. I capelli neri e lunghi le facevano risaltare i lineamenti del viso e la pelle abbronzata sembrava tutta da leccare.

- Buongiorno signora – disse Franco con il tono più pacato possibile mentre si chiudeva la porta alle spalle.

- Chi cazzo siete? – domandò lei urlando.

Era in trappola. Claudio aveva chiuso a chiave la porta. Non si poteva più uscire.

- Ci manda Schino. Dobbiamo prendere i suoi soldi. – annunciò Franco come se fosse un assicuratore.

- Non so chi sia il vostro Schino e voglio che ve ne andiate fuori di qui! – urlò ancora.

Un calcio la colpì sulla pancia. Si rannicchiò dal dolore sputando qualche bestemmia. Franco, infilandosi i guanti neri, la fissava dall’altro.

Claudio alzò gli occhi dal corpo seminudo della donna e vide una testa fare capolino dallo stipite di una porta.

Impugnò al volo la pistola e corse verso la camera, lasciando Franco alle prese con la donna.

Entrò in quella che doveva essere una camera per bambini. Un letto piccolo, orsacchiotti e giocattoli sparsi sul pavimento. Sbirciò dietro le tende, controllò sotto al letto e quando aprì l’anta dell’armadio con la pistola puntata, vide la timida figura di un bambino di circa sei anni accovacciato tra i vestiti.

Gli prese la mano e senza dire una parola lo accompagnò sul balcone, chiudendolo fuori e facendogli segno di stare zitto, appoggiandosi un dito sulle labbra. Il bimbo lo guardava impietrito dalla paura, tremava leggermente e ripeté il gesto di Claudio con il suo piccolo dito.

Tornò verso l’ingresso, e vide che Franco aveva adagiato il bel corpo della donna su una poltrona di pelle. Gli occhi feroci della femmina li fissavano con odio. Franco sembrava tranquillo come sempre, aveva addirittura rimesso la pistola nella fondina.

- Allora, signora. Sarebbe più facile per tutti se lei ci desse i soldi che deve al nostro capo. Mi creda, ci risparmierebbe un lavoretto che sarebbe molto doloroso. –

La donna non rispondeva. Quando l’odio esplose, sputò in faccia a Franco che si pulì con il dorso del guanto nero.

- Il mio collega ed io non abbiamo tempo da perdere. Visto che non ci offre la sua collaborazione, dovremo farle quello che il nostro capo ha deciso di fare. – annunciò compitamente.

Claudio guardava la scena come uno spettatore. Distante sia da Franco che dalla donna. Aveva una vaga idea di quale dovesse essere la punizione da impartire e vedeva gli occhi del collega farsi ogni secondo più taglienti.

Franco le mollò uno schiaffo sonoro in pieno volto. La donna si accasciò sul bracciolo della poltrona e venne trascinata per terra tirata per i piedi.

Si ritrovò con la sottoveste aperta ed il seno al vento e Franco la girò bruscamente a pancia in sotto. Claudio continuava ad osservare la scena da lontano anche se i gesti di Franco si facevano più espliciti.

Alla donna vennero strappate le mutandine minuscole e spalancate le gambe con forza. I capelli neri si agitavano sul pavimento tra le urla e il viso gonfio e rosso dallo schiaffo urtava violentemente sulle piastrelle.

- Cosa volete farmi, bastardi? – urlava mentre Franco cercava di immobilizzarla.

- Niente, signora, pagherà il suo debito, non si preoccupi. – la voce di Franco non era più tanto ferma.

Gli urli e gli scalpiti della donna gli impedivano di fare ciò che voleva e così si girò verso Claudio cercando di animarlo.

- Vieni qui. Tieni ferma questa troia mentre io incasso il debito – sibilò tra gli strilli.

Le mani di Claudio impugnarono i polsi della donna e li strinsero saldamente, mentre il collega si slacciava i pantaloni estraendo l’arnese.

Il sedere sodo e nudo era alla portata di Franco che senza far complimenti appoggiò energicamente l’uccello nella soglia non troppo stretta.

- No! – urlava la donna – Lì no! –

- Perché signora? Non mi sembra di essere il primo – esclamò lui con il viso rosso.

- No! No! No! – ripeteva ancora mentre l’arnese si stava facendo strada.

Claudio le stringeva i polsi senza essere troppo partecipe alla scena. Gli occhi del bambino lo fissavano da dentro la sua coscienza. Quella che doveva essere la madre subiva gli attacchi nella retroguardia senza dimenarsi più poi tanto. Rimaneva sul suo viso un’espressione più di odio che di sofferenza.

Franco continuava a pomparle nel didietro senza riuscire a trarre piacere, era solo una vendetta, dopotutto.

La donna girò di scatto il viso verso Claudio e sibilando un “Bastardi” tra i denti gli sputò in faccia. La saliva colava sul viso del ragazzo senza che potesse mollare la presa ai polsi per pulirsi. Franco sembrava arrivare all’orgasmo, rantolava aumentando il ritmo dei colpi ed il viso era una maschera di sforzi.

Quando la donna si abbandonò completamente con le gambe aperte, non opponendo oramai più resistenza, Franco finì il suo lavoro emettendo qualche gemito e crollandole sfinito sulla schiena.

La donna si ricompose riallacciandosi la veste trasparente, rimanendo però sempre sdraiata a terra.

Claudio le aveva lasciate libere le mani subito dopo che Franco, spossato e un poco dolorante, si era sdraiato supino al fianco della donna.

Il ragazzo si alzò in piedi e fissando i due corpi caldi uno affianco all’altro, tornò nella camera del bambino.

Aprì la porta a vetri che dava sul balcone e lo trovò preso a giocare con un geranio esposto sul davanzale.

- Vieni – gli disse. – Abbiamo finito –

Il bambino gli tese la mano e lo seguì all’interno della camera, dove si sedette a terra tornando a giocare. Aveva in mano un camion giocattolo e di sottecchi osservava Claudio perso nei suoi pensieri.

- Come ti chiami? – chiese al bambino.

- Marco – rispose con un filo di voce.

- Quanti anni hai? –

- Sei e mezzo – appena percettibile.

- Quella di là è tua madre, vero? –

Rispose con un cenno del capo ricominciando la gimcana del camion. Gli occhi fissi a terra.

- Tieni – disse porgendogli una caramella.

Il bambino alzò gli occhi lentamente fino ad arrivare al palmo aperto di Claudio e poi con un gesto velocissimo intascò la caramella e tornò a fissare il pavimento.

Claudio sospirò uscendo dalla camera e chiuse la porta.

Tornando verso il salotto trovò la donna seduta ancora sulla poltrona di pelle e Franco che lo aspettava sulla soglia di casa.

- Vuoi approfittare anche tu? – chiese indicando con il mento la donna in lacrime.

- No, grazie. – rispose piano

- Ah, già. Tu hai la tua porca –

- Fanculo. – uscirono dall’appartamento facendo sbattere la porta e inforcando gli occhiali.

Appena salirono in auto il sorriso di Franco si schiuse sui denti bianchi.

- Ci facciamo una birra? – chiese guardando l’ora.

L’auto nera tornò ad immergersi nel traffico di quell’anonima mattina.

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