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Il culo della morte
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Capitolo 8
Capitolo 9
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Il culo della morteMi stavo girando nel letto e scalciavo le lenzuola per far posto ai miei piedi in quel groviglio irritante. Non so cosa stessi sognando. Ma ero in quella fase del sonno in cui si riescono ad imporre finali personalizzati ai propri sogni: bastava pensarli nel torpore del dormiveglia. E si evitava di iniziare la mattinata con qualche fantasma del passato o qualche caduta nel vuoto.

Sentivo la puzza della fica sporca di Lizzy. Una puzza inconfondibile e insopportabile. Era uno di quei momenti in cui mi chiedevo cosa mi spingesse ad aver voglia di una donna, soprattutto ad aver voglia di incontrare quel buco fetente e perennemente bagnaticcio.

Le diedi una pedata e mi scappò da ridere. Lei non si mosse.

La luce odiosa di un cielo già mezzo annuvolato filtrava dalle persiane rotte. I rumori della strada si stavano accordando per scatenare la sinfonia quotidiana del casino urbano: auto col motore imballato, cani, perdigiorno, autobus catarrosi...un’intera orchestra di professionisti dell’inquinamento acustico.

Cominciò a trillare la sveglia e al secondo trillo era in frantumi sul pavimento. Mai abituarsi alla sveglia. L’avevo messa in quella speciale occasione perchè alle dieci qualcuno di molto importante mi aspettava. Altrimenti col cazzo che prendevo ordini da quella patacca elettronica made in China, che mi era rimasta in casa per due anni dopo che uno stronzo di un mio ex-amico me l’aveva regalata (lui che non si era alzato in tempo neanche per il funerale di suo padre).

Tastai il comodino tarlato alla ricerca di un tiro di coca istantaneo. Li tenevo pronti per il risveglio in cannucce monodose appositamente preparate da uno dei miei spacciatori di fiducia. Frank, si chiamava. Un pezzo di merda di quaranta chili che vendeva roba ottima e si inventava questi ninnoli per i clienti affezionati...penne da insulina caricate a morfina, spinelli pieghevoli, dosatori tascabili per le polveri, eccetera.

Mi feci un tiro senza neppure mettermi a sedere. Avevo il lenzuolo tirato all’altezza dei capezzoli e il cuscino ammucchiato contro il muro. Quando aspirai feci il mio solito nitrito di soddisfazione e poi scaraventai sul pavimento anche la pila di libri che tenevo lì a portata di mano, così per smaltire la residua tensione.

Lizzy si mosse. Quella zoccola puzzosa sentiva la coca nell’aria a duecento metri di distanza.

- Vedi di levare il culo da qui entro le nove e mezza, capito?-

Lei mugolò qualcosa e si girò verso di me, intenzionata a dormire ancora tra le lenzuola marce. Una tetta le pendeva tra le braccia rannicchiate. La montagna dei fianchi sembrava un massiccio alpino.

- Aho, bocchinara! - la spronai scuotendola come un albero.

Mugolò di nuovo e quasi certamente mugolò “stronzo” o qualcosa del genere.

Mi liberai dalle coltri intrise di tutti i fetori possibili e balzai giù dal materasso. Mi infilai solo gli anfibi e restai nudo. Tanto l’unico dirimpettaio che poteva vedermi e rompere i coglioni era un frocio, quindi gli facevo un piacere.

Caffè forte e una canna, tanto per smaltire le scosse della coca e tenerle in serbo per dopo. Cazzo! Quella mattina ne avrei avuto bisogno di adrenalina. Stavo per concludere un affare eccezionale.

Lizzy si scoprì e mise in mostra le sue carni, esalando dalla fica gli ultimi vapori di una notte di chiavate.

- Steve... che ore sono?... - piagniucolò come una cretina.

- E’ l’ora di togliersi dai coglioni. Sciacquati quel mostro orrendo che hai in mezzo alle gambe, beviti un caffè e fila.-

- Ma non mi trattare così di buon mattino - continuò a frignare stiracchiandosi e paciugando il cuscino ingiallito.

- Buon mattino un cazzo. Devo stare attento a ogni parola che dico e a ogni gesto che faccio, lo capisci? Non sono un ragioniere, che alla mattina saluta la moglie con i bacini e dice quattro stronzate di convenienza per non farsi venire i sensi di colpa. Io non sto otto ore in ufficio a farmi le seghe, Lizzy.-

- Ma non è neanche il caso di trattarmi come una merda, dai.-

- Ma sei una merda, Lizzy. Perchè credi che staremmo assieme, sennò. Anzi, al mattino sei peggio di una merda, perchè puzzi come una vacca che ha appena partorito. E anche di più.-

Lei mi guardò da lontano, scuotendo i ricci rossi. Aveva il broncio da quindicenne rincoglionita. Sperava come sempre che io scherzassi e di buttarla sugli atteggiamenti infantili. In quei momenti non si rendeva conto che divideva metà del suo tempo con un criminale sulla via del non ritorno. E poi, con quelle tette e quel culo non poteva fare la bambina. Non sarebbe riuscita a ingannare neanche un frate confessore. Persino il frate l’avrebbe messa alla pecorina per scoparsela.

Stavo facendo mente locale sui miei appuntamenti. L’ambiente mi distraeva. Lizzy mi distraeva. Possibile che a quell’ora, trattata in quella maniera, stesse cercando di farsi venire le voglie? Possibile che volesse ancora qualcosa nella pancia?

- Senti Lizzy, davvero: io non ho tempo. Che cazzo ti prende stamattina, eh?-

Saltò giù dal letto e andò in bagno. Meglio. Il cesso era il luogo adatto per smaltire qualsiasi paturnia. Meglio ancora se le scappava da cagare, perchè non c’è metodo più efficace per rimettere in sesto gli ingranaggi.

Sbattei la tazza nel lavello e cominciai a fare l’inventario degli stracci da indossare e degli arnesi da portare. La casa era un casino. Da una settimana non facevo ordine e trovare quello che cercavo fu un’impresa che mi fece perdere mezz’ora.

Lizzy, tra l’altro, non usciva più dal cesso. E io dovevo darmi una ripulita, per non sembrare un poco di buono agli occhi di tutti.

- Ma stai cagando o cosa?- la interpellai avvicinandomi alla porta sverniciata.

Nessuna risposta. Solo piccoli rumori.

- Lizzy... ti stai truccando?-

Misi una mano sulla maniglia scassata da una scarica di proiettili del mese prima.

- Amore... ti stai truccando? Ti stai passando il rossetto sulle labbra...-

- Sulle labbra della fica - rispose improvvisamente incazzata da dentro.

- Vaffanculo! - le risposi da fuori.

Tornai ad occuparmi delle mie attrezzature. Oliai il cannone e misi nella tasca del cappotto due coltellacci. Rispolverai un vecchio paio di calzoni di fustagno, belli robusti, e un maglione nero che non sapevo neanche di avere.

Nell’attesa che Lizzy uscisse e terminasse quella sceneggiata minimalista, tirai su un po’ di coca e mi preparai un siringone di mistura rossa per dopo, sicuro che durante la mattinata ne avrei avuto bisogno.

La mistura rossa era un’invenzione del Marcio. Il Marcio si meritava un brevetto per quell’autentica smitragliata di corroboranti che potevi a piacere iniettarti in vena, bere o clisterarti nel culo. Grazie alle sue conoscenze ospedaliere, si riusciva a procurare piccole dosi di farmaci terribili e di cardiotonici che, dopo mille esperimenti, aveva dosato perfettamente. Roba che l’organismo assorbiva in tempi diversi a seconda del metodo di somministrazione e che per una mezz’ora ti metteva in grado di lanciarti a testa bassa contro un treno, o di fotterti sei mignotte una dopo l’altra, o di ammazzare come larve quelli che ti facevano girare i coglioni.

Insomma, la mistura rossa non mancava mai nel mio equipaggiamento.

Poi c’era anche la mistura nera, ma quella era una porcheria che si trovava in giro e che chiunque poteva comprare. Io la usavo raramente, più che altro per non vomitare stimolato dal fetore di certi cadaveri che magari dovevo sciogliere nell’acido o bruciare o, peggio, tritare. La nera ti ottenebrava la testa e attutiva la sensibilità dell’udito, del gusto e dell’olfatto. Andava bene per chi voleva mettere un mezzo muro tra sè e la fogna circostante.

Comunque, presa su la siringona di rossa, tornai alla porta del bagno e feci un ultimo tentativo per schiodare quella stronza della mia donna.

- Lizzy? Hai finito di truccarti la fica?-

- Vaffanculo.-

Tirai fuori il cannone e sparai due colpi sulla serratura, che però non saltò del tutto.

Lei lanciò un urletto da sobbalzo, seguito da ansimi tipo film horror e da un’onesta serie di improperi al mio indirizzo.

- Dai, esci fuori, porca troia. Non voglio che resti qui da sola quando non ci sono. Lo sai che se vengono a cercare me ti ammazzano lo stesso, anche se hai le tette e le cosce in vista?-

- Potevi ammazzarmi tu, brutto stronzo! Guarda qui: hai scassato la porta.-

- E tu mi hai scassato la minchia. Dai, andiamo!- sollecitai prendendola per un braccio e tirandomela dietro.

Opponendo resistenza, mi fece notare che non poteva uscire in strada mezza nuda.

Le concessi due minuti d’orologio per finire di vestirsi e poi lasciammo l’alcova alle sue polveri e le sue puzze notturne.



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