Sezione
Racconti Pulp
uno
Entrai di soppiatto nel tinello. Quindi giù per le camere. Il bagno, la sala d'ingresso. Non c'era nessuno. Evviva. Tornai nel tinello. Liberai fostalmarket dalla morsa in cui l'avevo costretto. Per fortuna il sudore della mia ascella non lo aveva scalfito, era bello, con la sua copertina nuova nuova, ed il suo titolo colorato di fucsia. La mamma lo aveva comprato da poco. Dieci giorni appena. Mi sedetti sulla poltrona di papà, quella tappezzata di gobelin fiorato. Andai correndo verso il centro. Mi sistemai meglio. Superai prima i vestiti da donna. Mi slacciai la cintura e i vestiti per uomo erano già un ricordo. I bottoni dei miei Indian erano duri a sbottonarsi. Non ci fu scampo. Eccole. Finalmente, le pagine adorate. Centinaia di slip, uno appresso all'altro.
I pantaloni erano aperti, una spinta e furono più giù. Mi sentivo un formicolio. Ricominciai daccapo. Eccolo, l'articolo 215. Era il più sexy di tutti. L'avevo in mano. La sognavo. Cominciai a massaggiarmelo in punta. Mi sputai sulla mano. Ero lì, con la mia cicala di fuori, eretta come la Torre di Pisa, e con tutte quelle donne fra le mani. Che erano molte, alcune bionde, alcune brune. Lo si vedeva dal pelo. Andai avanti. Già mi doleva. Ecco, arrivai ai boxer. No, non mi piacevano. Girai pagina con la mia mano già umida. Vidi quegli slip trasbordanti, pieni zeppi come mai erano state le mie mutande. Ci sarei arrivato un giorno? Me lo guardai. "Prima o poi sarai protagonista". Ecco gli slip bianchi, a costine, Come le mutande di papà. Erano i più pieni. Immaginai quelle gambe sul letto della camera. E quei due peli. Il biondo ed il nero. Chissà come sarebbero stati una volta liberi. In mente il diario di Paolo, con le pagine tagliate dai giornalini scandalosi, quel liquido che sembrava bianco. Lo sperma diceva Paolo. Era in bocca a tutte. E nel corpo. Bleah, nel corpo! In bocca chissà che gusto c'era. Già, chissà che sapore. Il mio pisello, no no lo voglio chiamare cazzo, era duro. Duro duro. Si me lo sentivo. C'avevo quella strana sensazione. come l'ultima volta. Corsi in bagno - No qui non mi viene - tornai sulla poltrona di gobelin. Si ecco, lo sentivo, ecco un dolore tenue dietro. Ecco. "No cazzo! La poltrona di Papà".
Corsi di nuovo in bagno, davanti al cesso a gocciolare. Nella mente solo quelle parole: "Questa stoffa l'abbiamo pagata 150 mila lire al metro". Ero morto.
due
Siii! L'avevo scampata per un pelo. La mamma se l'è presa con Fiorenza. Aveva iniziato ad urlare straziando i mie timpani come non mai. Fiorenza era saltata sulla poltrona di gobelin con una lisca pesce in bocca. L'aveva rubata dal cestino per i rifiuti alimentari e si era fiondata sulla poltrona di papà per godersi quel banchetto prelibato. Alla faccia delle scatolette da tremilalire che Emanuela le comprava! Gatta ingrata. La mamma non ci aveva pensato due volte: il mattarello aveva tagliato la stanza e... Zac!
Poltrona sporca di margarina e pesce. Wow!
L'idea di essere di nuovo vivo mi risvegliò la mente, aprendo il cassettino dei ricordi sull'agenda di Paolo. Mi venne in mente quella con il piercing sulla lingua. Che sguardo, con quelle tette piccole piccole come quelle che avevo visto ad Emanuela. Ormai metteva il reggiseno mia sorella. E no. Eccolo, mi stava prendendo di nuovo quel formicolio. Lo sentivo crescere nei pantaloni della tuta. E non era il solo a crescere. Dovevo nascondermi. Porta del bagno apriti!
Eccoci qui, io e te. Mannaggia, farti duro così, davanti alla mamma. Adesso ci penso io. Vieni qui bello. Mi abbassai i pantaloni della tuta. Mi sedetti sul cesso e vai. Vediamo quanto ci metto! Vai: su e giù su e giù. Ci misi sopra un po' di bagnoschiuma al cocco. Si. Come sull'agenda di Paolo. Tutto bianco. Vai: su e giù su e giù. Nella mia mente di nuovo le donne di fostalmarket. Eccole le pagine dei box doccia. Quelle forme nascoste da pareti traslucide. Siii, erano tutte nella mia mente. C'erano tutte le pagine, quelle della lingerì, le brasiliane. Si chiamavano così. Su e giù su e giù. Mi venivano in mente anche le pagine del bricolage. Bho! E poi quelle delle mutande da uomo, scure ma soprattutto chiare. Mannaggia: niente ancora. Mi spostai sul bidè. Un altro po' di bagnoschiuma. Su e giù su e giù. Faceva la cremina. Sentivo di nuovo quel dolorino dietro. Stavo arrivando. Ecco ecco. Qualcosa di caldo e denso cominciò colare sulla mia mano. Avevo gli occhi chiusi, il respiro strano. Ce l'avevo fatta. Non mi restava altro che lavarmi e aspettare la prossima. Mi contai i peli della pancia.
tre
La notte l'avevo passata a strofinarmelo nel letto. Ero un levriero. Su e giù giù e su finché non sentivo che ce l'avevo quasi fatta. Poi però c'era quel problema: Paolo me lo aveva spiegato. Attento - m'aveva detto - che se sporchi le lenzuola sono cazzi amari. Aveva reso l'idea.
Ma come fare? Quel lenzuolo sembrava fatato. Appena tiravo su la coperta e mi mettevo dentro lo sentivo. Dovevo dormire addirittura con le gambe alzate un po'. Altrimenti sembrava. Quella notte fu un continuo fantasticare. Sognai che ero nel bagno. Per terra sull'asciugamano rosso, quello della Ferrari ed io sopra al cavallino rampante, con la testa a filo della parete. Un salto ed op: ero piegato su me stesso, attorcigliato che sembravo un guscio di cozza, e con la mi cicala dritta diritta portata fino alla bocca. Guarda che mi diceva la testa!
Sicuramente era colpa di quel tizio, il poeta. S'era levato le costole lui, per non fare le mie contorsioni. La mattina, insomma, fu tragica.
Come fare ad alzarsi? C'avevo gli occhi sfondati per il sonno. Claudio diceva che a pensare certe cose si diventava ciechi, che se si vedevano le femmine nude, ti si gonfiavano gli occhi e se te la facevi a mano diventavi cieco ancora prima. Insomma dovevo starci attento. D'altronde chi mi assicurava che Paolo c'aveva ragione? Infondo se la mamma e papà stanno sempre al buio ci sarà un perché.
La campanella era ormai muta. Gianna arrivò con i suoi soliti tre minuti di ritardo. "E' colpa di mio fratello", diceva. Ma noi ragazzi lo sapevamo: era una tattica per farsi notare ancora di più. A me già veniva duro quando con quella scia di profumo che si trascinava dietro. Paolo mi passò l'agenda. C'erano le foto nuove. "Questo mese tocca a te tenerla - mi disse - mi raccomando: se ti scoprono siamo fottuti". La missione ormai non si poteva rifiutare.
Passarono le ore. Il mio pensiero era un cocktail fra il semi sogno notturno e le nuove donne viste a colazione. Oggi sarebbero venute a casa mia. Dovevo sbrigarmi.
Ore 13.45. Ero già a casa. Mercoledì. Emanuela usciva da scuola alle 14.
La mamma arrivava alle 14.30. Papà non tornava certo prima, altrimenti doveva almeno cucinare. Le condizioni c'erano tutte. Corsi in bagno. Il cavallino rampante stramazzò a terra. Ci montai sopra, di spalle. Lo sentivo come non mai. Mi piegai. Non c'arrivavo. Mannaggia. Ecco ecco, ancora più lungo. Niente. Uffa ci provo di nuovo: Si si! Niente, appena sfiorato con la lingua. Oh, il formicolio, quella strana sensazione... sto venendo. Vediamo se mi vengo in bocca. Scatto di reni. No dai non ti ammorbidire proprio ora. Si. Ahh, quel dolorino. Ecco. Phua! mi si è incollato in faccia. Che strano sapore. Devo lavarmi i denti. Ore 13.49.
Emanuela sta per arrivare.



